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Salve, sono Elena, riprendo io in mano il blog dato che il vecchio autore non può più tenerlo per motivi di lavoro e studio, pensate che sta studiando medicina legale e per uno che è sensibile a queste cose penso che sia un pò difficile, ma credo in lui e penso che sicuramente ce la farà, e chissà magari tornerà a scrivere qui.

Come lui sono una persona che è affascinata da ciò che si nuove e parla nel silenzio, cosa noi sentiamo è nulla ma dentro questo potrebbe essere possibile che esistono tantissime cose.

Quante cose sfuggono ai nostri occhi? Eppure ci sono, questi per me sono gli spiriti.

Alcune delle storie, come quella di Villa Palagonia è mia, e anche quella dell’arco del padrenostro, di Bagheria. Conosco tantissima gente e tantissime storie, il mio paese bagheria vive nel silenzio, un silenzio che grida in ogni suo angolo e ti dice più di quanto si pensa.

Dovremmo un pò pensare a riflettere e imparare a sentire, per fare questo bisogna aprire il cuore, nel modo giusto, con l’aiuto di Dio e sempre dove e come è possibile farlo.

Perchè sono tornata a scrivere, bè a Bagheria dopo anni di vita frenetica la mia mente si è ricordata di una struttura antica di cui si parla. Si dice che questa è infestata dagli spiriti, credo che come le strutture degradate che la nostra amministrazione comunale abbandona al tempo, il problema non siano gli spiriti, ma l’indifferenza, lo sperpero, e l’abbandono. Come si è anche notato per Il palazzo Palermitano. Vi parlo della struttura scolastica ex Montagnola.

Io sono un’istruttrice di ginnastica artistica che non ha strutture per insegnare, e qui a Bagheria ci sono tre scuole abbandonate, penso che se si sfruttassero per creare attività per i giovani e altre cose potrebbero risolgere dalle polveri in cui si trovano, fantasmi o meno, almeno potremmo imparare a conviverci.

Tempo fa dei ragazzi hanno creato un video, lo sposto, qui è evidente il loro grido, si sente forte e penso che dovrebbero prenderlo in considerazione.

eccolo:

Perchè ne parlo proprio oggi?

Bè si dice che è una struttura infestata, è stata ricostruita più volte, io conosco le storie recenti che parlano di corpi rinvenuti nella zona, e di fatti accaduti in seguito, per esempio nel 2008.

Qui trovate l’articolo.

Dico io, se queste strutture venissero utilizzate la gente non andrebbe più a drogarsi o a rovinarsi in questi posti che sono pieni di storia.

Alle spalle di questa struttura, c’è un convento, antico e bellissimo, il montagnola allora era un collegio.

Torniamo alla mia domanda, il perchè ne parlo.

Un sogno, un sogno che s’incatena a periodi della mia vita agganciati a un fatto.

Ieri notte sognai di dover andare come tutte le mattine a un corso che sto frequentando, in compagnia di una ragazza, nel sogno una mia amica, ma che non ho mai visto fino a 5 minuti fa.

Ero con lei in auto, ci recavamo alla Montagnola, il corso in realtà si trova in tutt’altro posto, parcheggiavo l’auto di fronte all’antico e bellissimo muro inciso, dove sotto c’è una panchina di pietra, dove sicuramente in antichità aspettavano chi si recava al convento per qualcosa, molti dicono che lì sorgeva una ruota dove abbandonavano i bambini, e i religiosi che abitavano il luogo li prendevano ed educavano. E adesso c’è chi li ammazza…

Chiudiamo questa parentesi e torniamo al sogno, precorrevamo io e lei la stradina che porta a un cancello, intatto nel sogno, adesso non so, ci andai solo anni fa per fare un servizio per un sito di giornalisti, anni fa era arruginito e mal ridotto, comunque salivamo verso i piani superiori, ricordo che la scala all’inizio era intatta ma raggiunto il primo piano si iniziavano a vedere macerie e degrado.

Una volta entrati in un aula, sporca, degradata, col soffitto crollato e le porte incenerite, sbucavano dal muro dei bambini un gruppetto, mano nella mano, nel sogno mi accorsi che non erano vivi, come la ragazza che era al mio fianco.

Il terrore raggiunse il mio cuore, scappai verso il piano di sotto e mi ritrovai al corso dove i miei colleghi erano un pò troppo strani, provai nel sogno a raccontare l’accaduto ma non mi ascoltavano, pensai di essere anch’io uno spirito, era cone se non mi vedesse e si comportavano in modo strano, erano cupi.

Mi svegliai.

Questa mattina un mio collega di corso mi raccontò che in antichità il montagnola una volta incendiato, e ricostruito dopo, fu la tomba di molti bambini, morti bruciati in quel posto.

Indagherò…

La ragazza che era con me in sogno, era un’amica di una mia ex compagna di corso che andava al montagnola, morta in un incidente stradale più di dieci anni fa.

Quando accadono queste cose, penso proprio che è un grido in quel silenzio, loro di attenzione, e quando cercano attenzione, bisogn pregare a Dio per le loro anime.

Lei, la struttura continua a osservare dall’alto Bagheria, nel suo silenzio grida aiuto, ma nessuno l’ascolta.

Grazie per la lettura.

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(Questo racconto è il proseguimento di “La luce nell’angolo”)

Molti si chiedono chi possa essere quel giovane, con capelli raccorti biondissimi e oggi di un azzurro che buca chi lo guarda. Lui è tornato perchè è l’unico che può difendere gli uomini, l’unico di loro che continua ad amarli, rischiando la propria esistenza.

Perchè io amo gli uomini? Perchè loro non li amano più?

E’ evidente che qualcosa si è rotto, ma sono solo io cosciente o esistono alri come me?

La storia di Mark è il germe di tale orrore, ciò che ai giorni nostri si vive si è incubato in quel corpo senza anima, in quell’uomo.

Scriverò ancora in seguito di lui per completare il quadro, ho captato recentemente che la prima manifestazione è avvenuta e ha come protagonista una bambina, questa volta non hanno avuto pietà, il loro quadro dell’orrore è stato scritto su un di un anima innocente, questo testimonia che la lotta sarà più dura di quel che sembra e che l’equilibrio tra bene e male si è rotto.

In una visione li vidi nascere, si generavano dal nulla, con animo minaccioso mi sfidavano, sanno che li stavo guardando perchè noi vediamo ciò che ci interessa, viviamo in un millesimo di secondo una vita e questa visione ha accavallato l’angoscia di milioni di abitanti del vostro mondo.

Il mio nemico è come me, si conosce, si sente forte, muta per sfidarmi. Ho impressa la nascita della più piccola che sarà contrastata dalla volontà di chi sta sopra di noi, come una pianta spinosa e ribelle viene potata dal giardiniere, io lotterò per lui, perchè lui crede e ama come me gli uomini.

E’ bene che cominci a studiarli, sono solo in questa battaglia, ma osservando dentro il loro animo mi accorgo che sanno che non sono l’unico, c’è qualcun’altro come me?

Se li incontrerò ci sosterremo ma forse è giusto che ognuno di noi lotti all’oscuro dell’altro, perchè in questa solitudine sta la nostra forza.

Dalla visione della loro nascita mi teletrasportai aldilà dei fili sottili di una vita. Due sorelle, la maggiore ormai matura, legate ancora di più dal vuoto incolmabile che hanno lasciato i loro genitori, morendo anni fa in un incidente stradale.

La forza della più grande è un filo sottile e traballante che si regge solo sull’appiglio del dovere e della responabilità, lei possiede un animo fagile lacerato dal dolore lasciato li a macire da anni e avallato da mille doveri.

L’amore di questa giovane è visibile, ciò a cui lei tiene maggiormente è l’incolumità della sorella, loro hanno agito puntando uno spillo contro questo suo tallone d’achille, e da qui comincia il loro terrore, vittime di una battaglia ancestrale che si ripercuote all’infinito, la loro arma sfoderata verso di me.

Se annientassi queste forze forse la bimba riuscirebbe a guarire da questo male incurabile.

Io le vidi in un giorno di primavera, andavano a coltivare il terreno che la madre e il padre gli avevano lasciato, erano in macchina con la zia, una Fiat cinquecento del 1966, entrambe si sedettero dietro lasciando il posto anteriore vuoto, sorridevano per il fatto che la zia dava l’impressione di un’autista donna.

La donna con i suoi grandissimi occhi scuri è molto solare, di carnagione molto chiara, ama le nipoti.

Insieme cantavano le canzoni del cartoni animati, che la più grande conosceva, la piccola solo le più recenti. L’immagine di una giornata di primavera fu turbata da qualcosa che evidentemente lacerava l’omeostasi della terra.

Un pupazzetto era stato lasciato a terra proprio nel luogo dove le donne sostarono con la macchina, la mia impotenza e il mio martirio è quello di non poter interaggire con i fatti del mondo, posso solo leggere negli animi, sentire il loro dolore, capirli, piangere con loro, posso solo calpire i miei nemici e quando questi si manifestano aspettandoli, ma questa volta hanno trovato un arma silenziosa che impedisce i miei colpi.

Non posso però permettere che tutto questo vada avanti incontrastato.

Speravo che la bimba di 10 anni appena possa trovare quel giocattolo brutto e non lo tocchi, ma loro conoscono bene le vittime. Quel pelusce aveva cucite le mani in bocca, era insolito e inquietante, speravo che possa avertire in qualche modo la bimba un senso di pericolo, ma lei si chino’ e mentre la sorella e la zia coltivavano le piantine lei lo prese.

Da lì si trasformò la sua mente, su invasa da una voglia sfrenata di mangiarsi le mani… E così fece sotto gli occhi terrorizzati della zia e della sorella.

Lì la più grande tirò un grido e corse via lancindo il sacchetto bianco, candido, con le piantine da trapiantare. La sua fu una corsa repressa da anni, si allontanò da un evidente problema che lei stessa si sentì incapace di domare. Sua sorella sembrava preda di qualcosa, non ragionava più, nessun essere umano è capace di un geto tale, solo chi possiede un’invalidità mentale è capace di un gesto simile e lei non accettava che la sorella improvvisamente, così come un fulmine in piena luce, ne fosse vittima.

Lì misi il mio orecchio nel suo cuore e vidi un turbine di emozioni, la paragono a un cavallo paventato che galoppava in preda al terrore incosciente di dove questo la possa portare.

Sicuramente il filo sottile questa volta si era rotto, ciò che aveva visto non poteva contrastarlo, la zia sicuramente più grande di lei avrebbe saputo come gestire il problema, lei no, non sopportava quell’immagine di sua sorella che masticava le sue dita.

L’immagine a cui ha assistito intonita e terrorizzata fu manifestazione di un qualcosa di più grande che non poteva esorcizzare e così impotente, non riusciva a accettare una possibile malattia o uno stato improvviso che ha colpito la sorella perchè il terrore del male si è abisato e circondato col terrore di accettare questa nuova piaga, come quando improvvisamente i suoi genitori sono spariti.

Mai la bambina ha avuto un cedimento, era una bimba normale, allegra e anche più matura della sua età, molte volte senza che la maggiore lo facesse vedere traeva la sua forza dalla piccola, adesso era sola più che mai a combattere contro il demone di sua sorella, per il suo bene.

Se l’abbandoni tu? Chi la salva?

Un sussurrò, fu evidente, non mi sentì.

Entrò nello tudio dove lvorava come infermiera, era il suo giorno libero, il suo collega vedendola si preoccupò, era un ragazzo alto, molto, con i capelli nerissimi, stava fasciando una bambina.

Potti vedere che nell’nimo della ragazza quell’immagina suscitò tristezza e dolore, chi poteva curare le ferite che si era procurata la sorella meglio di lei.

Che sciocca che era stata.

La bambina era andata a cercarla, raggiunse lo studio con la zia, anche per approfittare delle cure degli infermieri, la zia era sicura qualcosa aveva turbato la mente della bambina e dovevano contrastare quelle crisi con tutte le loro forze.

Corse lei verso la sorella e la strinze forte, le promise che non succedeva più.

Nella sala una bambina possedeva un portachiave con le mani cucite, la bimba lo scorse e rise sadicamente in segreto.

Io conosco il problema ma non posso farmi sentire, starò a osservare i fatti sperando che loro stesse trovino la forza per non abbandonarsi al maligno.

“Signore posso sapere perchè si trova qui?”

Sentì una voce… qualcuno mi vede?

Io scrivo di lui perché credo ancora negli uomini,

qualcuno si salverà leggendo.

Si narra una leggenda, dimenticata da molti, che danza viva nelle menti delle persone che l’hanno conosciuta. Molti temono il parlarne, ma presto questo fuoco silenzioso si spegnerà negli animi e forse riaffiorerà nel reale, il modo peggiore per cui l’umanità tornerà’ a conoscerci.

 Si dice che un giovane ha sprecato la sua vita quando un giorno conobbe un tizio misterioso, lui lo toccò sulla spalla e da li’ inizio’ tutto.

 Mark era uno scrittore non molto famoso, ma promettente di Londra. Lui e tre suoi amici gestivano un settimanale dove intrattenevano con le loro storie i cittadini londinesi.

 Ciò che per Mark era divertimento era giudicato dagli altri spaventoso, lui amava terrorizzare i suoi lettori, si divertiva. La sua scrittura era cupa, oscura, richiamava pensieri angoscianti e disegnava ambienti bui, i suoi personaggi erano prede della sua sadicità indomabile.

Eppure la sua scrittura piaceva a un gruppo di gente, anche se limitata. Non era il pubblico a invogliarlo a scrivere, ma una voglia strana, un qualcosa o qualcuno che gridava dentro e che aveva desiderio di manifestarsi.

Tutto quello che sto per raccontarvi nacque in una serata d’inverno, una belva sognata gli addentò le viscere la notte precedente e da lì iniziò la sua carriera e la sua voglia incontrollabile di scrivere.

 La fredda notte di quel giorno era lontanissimo dai nostri giorni, era quella di un novembre di fine ‘800. Mark stava per rientrare a casa, quando vide una luce accecante venire dall’angolo di una piccola strada che si congiungeva ad un vicolo cieco, la luce fluttuava giocherellando nella nebbia come se fosse un faro senza provenienza alcuna, poi sparì.

 Non era umano tutto questo, ma affascinante, sentiva dentro di se una voce che gli fremeva dentro, pulsava, come se conoscesse quella luce, la nostra luce e la temesse ma che fosse in un certo modo felice di averla rincontrata, qualcosa dentro di lui era al caldo, disprezzando.

 Tenebre e luce, lottano si abbracciano, fluttuano giocano e poi si equilibrano perché non c’è luna senza sole e non c’è notte senza giorno.

 Uno scontro infinito un’amore, un destino legato, nel reale, nella vita di ognuno, negli animi, luce senza notte non è luce come la notte senza la luce non è notte.

 Un giorno l’aquilibrio sarà l’uomo o si annienteranno entrambe per dar vita al giusto, questo si saprà presto.

Mark sentiva la natura della cosa… la sua essenza, non dubitava, per lui non era strano possedere qualcosa di nuovo e cambiare, come se lui avesse previsto da anni tutto, sapeva che qualcosa lo avrebbe abbracciato in futuro e se ne fosse nutrito.

 Ciò che quella sera accadde non era normale, quella strada non era illuminata qualcosa emise quella luce, o la possedeva, e dopo quando Mark si apprestò a controllare non c’era più niente, tenebre, nebbia, umida che pizzicava il suo spigoloso naso e una leggera brezza che muoveva ammassi di fumo e il suo lungo impermeabile nero.

 La notte ingoia le stelle e le spegne d una ad una come un serpente, penso’.

“spegnendole dici?” fu io allora a parlare.

 “O cercando colore Mark?”

 Un alito di vento soffiato dietro il suo orecchi destro gli portò una voce chiara e penetrante.

 Sorride compiaciuto, capì che ottenne ciò che aspettava da anni, mutò qualcosa in lui, se ne accorse ancora di più quando per sbaglio scorse la sua vicina Evelin che amoreggiava con un uomo giovane di media statura, con fisico atletico mostrava le sue gambe scoperte e si muoveva, ignorando occhi altrui, che si destavano dietro le robuste spalle di lui.

“La porca!” pensò, sorrise.

I due si appartavano nel cortile condominiale del palazzo dove vivevano, erano appoggiati sulla ringhiera di metallo della recinzione grigia e gelida, bagnata dall’umidità dell’aria.

 “La sputtanerei sbattendola come la sbatte lui, sull’articolo di domani, in prima pagina, altro che storielle inventate…”

 Un dolore lacerante intaccò il suo polso destro, come se uno scalpello gli penetrasse tra le cartilagini dell’articolazione, che si sgretolò, la sua mano si sollevava appena.

 Dolore lacerante, fitto e intenso, non riusciva più a muovere quel polso, sembrava che un pugile professionista invisibile gli avesse sgretolato le ossa, in un istante, stringendogli il polso.

Strano, ma affascinante tutto questo fu per lui, godeva il masochista di questo episodio così tanto che decise di sfidare il dolore appuntandosi tutto, la sua calligrafia risulto’ però quasi illeggibile.

Fu a un passo dallo svenire, penso’ di passare dal medico domani dopo il lavoro.

Sentì qualcosa che gli sfiorò appena le spalle, un alito di vento materializzato.

“Ti fermerò…” sussurrava.

Halloween 2011

Trabia, 14/10/2011

Ore 11.02

Mi sono strasferito nella mia vecchia casa di Trabia per sfuggire alle stupidate Halloweeniane dei miei amici, ritirato in solitudine in questo posto isolato sul mare, dove se ti avvicini alla scogliera senti l’acqua del mare sbattere contro queste e produrre uno strano rumore.

L’aria è umida, piena di ossigeno, senti aprire tutte le aree respiratorie e accogliere il profumo di salsedine che va’ alla testa!

L’acqua è limpida, sulla spiaggia sabbiosa c’è ancora qualche rifiuto dell’estate, abbandonato dai soliti incivili. Il mare è poco agitato, alla mia destra, mentre scrivo un signore pesca dalla spiaggia con una lenza. Meglio starmene qui tutto solo, non sopporto le storie stupide che narrano i miei di questo periodo, voglio evadere e voglio starmene nella mia razionalità.

Ore 21.45

Oggi pomeriggio sono sceso per fare una passeggiata sulla spiaggia, l’aria era umida, il cielo grigio annunciava la pioggia, cupi ammassi di nuvole si rincorrevano. Presto sarebbe scoppiato un temporale, e a giudicare dalla stagione, molto violento, così dopo un pò di minuti fù.

Erano le 18 circa quando mi apprestai a tornare, salendo per le scalette sentivo in lontananza un lamento, doveva essere il vento che forte soffiava tra gli alberi, ma il suono era molto simile alla voce di un umano.

Sorrisi, ecco da dove nascono tutte queste storie di fantasmi, dalla suggestione e dall’impressione. Adesso mi trovo a scrivere dopo aver mangiato un cena a base di pesce fresco, regalatomi dal pescatore di questa mattina. La casa è silenziosa e non avevo nient’altro da fare, tra poco leggerò un libro e andrò a letto. Notte.

“Questo diario è stato ritrovato sulla spiaggia tempo dopo, non si sa chi lo ha scritto. Oggi è il giorno di Halloween, io sono Samantha una archeologa subcquea che vive nel posto, mi piacerebbe cercare il proprietario dell’agenda, per restituirglielo ma non c’è scritto ne nome e ne indirizzo.”

La ragazza dai capelli rossi, smise quasi di parlare con un vecchio signore che pescava sulla spiaggia, qualcosa in lontananza nel quasi buio brillo’ in lontananza riflettendo la luce dei lampioni delle villette, si girò verso lo scintillio ma non percepì più nulla, tranne un’ombra che attraversava il viale, la casa era disabitata nessuno ci doveva essere lì a parte qualche curioso.

“Senta! Ma in quella casa, adesso ci sta gente?” Chiese al pescatore.

“Ci stava un ragazzo, probabilmente è il proprietario dell’agenda, ci vada e provi a vedere se è suo.”

“Ok, lo farò prima di andare.” Disse la ragazza poco intimorita e preoccupata. “Stia tranquilla, chiunque sia non le farà del male.” La rincuorò il vecchio signore, la ragazza era persa nei suoi dubbi e pensieri e quando si girò verso di lui non lo vide più. “Strano!” disse.

Arrivata verso il cancello scuro e consumato dalla salsedine, vide che era socchiuso, entro’ titubante chiamando qualcuno ma non si avvicinò nessuno o diede voce.

Era titubante, ogni passo la spingeva dentro la villa contro la sua volontà ma non riusciva a fermarsi, qualcosa la chiamava dentro.

Arrivò alla porta, anche questa socchiusa, probabilmente qualcuno l’aveva sentita e le aveva aperto. “Prego!” Sentì una voce dall’interno, si rassicuro’, era così.

Percorse il corridoio intimorita davanti a lei un orologio a pendolo segnava le 19:00.

“Salve!”

Due occhi azzurri e grandi la fissarono.

“Lei mi stava aspettando?”

“Forse.” disse lui, “Lei possiede qualcosa di mio.”

“Mi ha sentita?… da quella distanza?”

Lo sguardo della ragazza manifestava l’impossibilità del poter aver sentito ciò che lei e il vecchio quindici minuti prima si stavano dicendo.

“Bè signorina c’è chi come lei arriva senza farsi sentire.”

Qualcosa la avvolse, e mentre nella sua mente litigavano mille immagini senza ragione, tutto si spense.

Frutto della mia fantasia…

Torno…

Non posso non raccontarvi ciò che mi è accaduto stasera. Penso che ognuno più o meno abbiamo dei legami con determinate persone, oggetti, oppure altre entità. Il mio credo che sia molto particolare, molte volte mi è capitato di sognarlo, lui un bel ragazzone alto, con capelli lisci lunghissimi, lo sogno come se fossi io, di solito mi trovo in un bosco a passeggiare oppure fluttuo nell’aria, come quando ho sognato quel sogno avvenuto durante lo tsunami del Giappone, su cui ho potuto vedere un video che mi ha fatto accapponare la pelle…

Dove c’è qualcosa che fluttua veloce molto simile al “Sesshomaru” di Inuyasha che lo lego al mio spirito perchè lo ricorda tantissimo.

Fin da bambino ho sempre pensato che noi umani siamo ispirati da entità che arrivano da altri mondi e che in altra dimensione ci sussurrano avvicinandosi a noi ciò che vogliono che noi raccontiamo.

So che tutto questo è assurdo ma molte cose successe nel corso della ma vita mi hanno fatto vedere che noi uomini siamo legati a loro e loro a noi con fili molto sottili.

Il mio spirito, sarà morto, lui sento che amava a vita tanto che si fa presente spesso, mi ispira, mi da forza, mi consiglia, e a volte mi dice ciò che sta per succedermi soprattutto mi prepara a ciò che di brutto sta per toccarmi.

Io non so come lui si chiama in realtà, ma per me è Sesshomaru non che sia il personaggio di un manga ma un essere molto simile a lui.

Ciò che mi è successo stasera sa dell’incredibile, immaginai lui stesso, non so perchè, pensavo, si slegava i nodi dei capelli con e mani, ma uno non riusciva a districarlo. Che immagine insolita!

Improvvisamente mi sentì che nello stesso punto io avevo qualosa di annodato, anche se io ho i capelli cortissimi, tagliati da poco.

Mi toccai la testa e sfiorai qualcosa che arrivato alla fine staccai dalla mia cute, era un capello lunghissimo e argentato. Adesso è qui e mi guarda… il capello, è un segno?

Sto passando un momento un pò burrascoso e probabilmente mi dice che è con me, carico la foto che ho fatto ma la qualità è pessima. E’ così particolare che non sembra quasi umano…

Oddio… è qui… mi sono sentito sussurare qualcosa all’orecchio e il mio telefonino touch screen ha illuminato lo schermo solo come se qualcosa lo avesse toccato.

In giorno di sole io e i miei compagni delle superiori del quarto anno dell’istituto tecnico commerciale nel giorno di S. Valentino abbiamo deciso di “Buttarcela”, termine siciliano, ovvero, di marinare la scuola per andare in giro.
Abbiamo però pensato di fare qualcosa di istruttivo, visitare una villa, la prescelta fu quella del principe Ferdinando Gravina, villa Palagonia.

Abbiamo fatto il biglietto e siamo così entrati, ignari di quello che ci stava per accadere.
E’ una villa bellissima ed inquietante, chiamata anche Villa dei mostri.

Dopo aver visitato il giardino, siamo saliti nel palazzo per vedere la sala degli specchi. Siamo stati attirati dal balcone che stava sulla destra e siccome la porta era aperta e “Ben fissata a terra, con una sicura”, siamo entrati.
Siamo stati circa un quarto d’ora a fissare il bellissimo giardino dal balcone, ma poi una strana sensazione mi ha messo sull’attenti!
Mi voltai verso la porta che era l’unica entrata che dava sul balcone e ho visto una strana figura togliere la sicura della porta e chiuderela da dentro, questa si richiuse e fece un botto incredibile, susseguito dal rumore del ferro che si incastrò bloccandola. In quel momento anche gli altri si voltarono verso la porta.
Pensai che era il custode, io avevo visto qualcuno, lo chiamai per dirgli che noi eravamo lì dentro, ma comunque era logico che ci vedesse, una grande vetrata mostava l’interno della stanza principale dove vidi prima qualcuno passare.
Lo avrà fatto apposta pensai, corsi verso la porta era bloccaa, chiusa da dentro, mi girai verso gli altri e vidi il volto sconvolto di una mia amica che fissava la porta e diceva: “Ma si è sganciata e si è richiusa da sola!“. Non ero stato l’unico a sentirla.
Tutti avevano sentito il rumore prodotto dalla porta e dal ferro che era agganciato a terra. Il ferro era stato sganciato, e sentimmo anche il cigolare della porta e il secondo rumore che ha fatto il ferro richiudendosi. E’ successo tutto improvvisamente, in un istante, il tempo di due respiri al massimo!

Io in preda alla rabbia dissi che avevo visto qualcuno chiuderla, ma la mia compagna ed altri che si erano girati dopo aver sentito il rumore, ribbattevano che avevano visto la porta chiudersi ma non avevano visto nessuno che lo aveva fatto.

Gli altri erano rimasti terrorizzati, io mi dimenavo e cercavo di aprire quella porta che era chiusa e sbarrata da dentro.
Siamo stati un’ora e mezza a gridare per chiamare il cudode e farci aprire, ma lui era nel suo ufficio, lontano da lì e poi eravamo gli unici visitatori.

Pensai di scavalcare il balcone e saltare di sotto per poi andare ad aprire, ma i miei compagni mi trattenevano, perchè pensavano che mi facessi male.
Dopo quest’ora e mezza passata così, a dimenarci e chiamare, una signora che abitava di sotto, nella villa, ci ha sentiti e ci è venuta ad aprire, dicendoci poi che il vecchio padrone della villa, il principe Don Ferdinando Gravina, spesso faceva questi scherzi ai visitatori.

Don ferdinado Gravina era il principe che nel 1715 ha fatto costruire la villa, un burlone fantasma ancora abitante segreto dell’antica dimora.

Aria di morte

Salve, è un pò di tempo che non scrivo, per via di impegni di vario genere, ma non posso non trovare adesso qualche minuto per raccontarvi di ieri.

Ieri era venerdì 17 giugno, il giorno magico per chi compie riti satanici o pratica la magia nera. Vorrei raccontarvi un sogno fatto ieri notte, dopo che mi sono svegliato sentendo delle strane presenze astrali nella mia camera.

Astrali? Si penso che erano le proiezioni di qualcuno in vita che si diverte a pensarmi, o che io in qualche modo avverto il suo spirito che mi è vicino e sento che sta compiendo qualcosa di macabro.

L’aria che respiravo ieri notte posso definirlo come un soffio di morte, il contrario del soffio di vita che da lo spirito santo nel giorno della Pentecoste, domenica scorsa appunto.

Da qui in una notte così calda e quasi afosa, con le zanzare che ho tra l’altro sterminato a sberle, sono stato turbato da qualcosa, sentivo come se avessi attorno qualcosa di orrendo, come se mi volessero fare un maleficio, tanto fu il mio presagio agghiacciante, soffiava un’aria fredda e umida dentro la mia stanza, posso giurarlo e il nero del buio quando mi sono svegliato, delineava tratti sfumati di grigio di uomini e donne dannate, potevo sentirle come delle presenze che invocavano aiuto, accanto a me c’era qualcuno, non dico chi per privacy, che dormiva, ammetto che la toccai per costatare se fosse viva, la mia impressione fu quella di toccare una pietra senza vita gelida e ferma. Pensai che fosse morta, ma non lo era. “Impossibile!” siccome io vivo di presagi, sogni, segni particolari, prima di dare scontato qualcosa faccio un’analisi di tutto. Andai in bagno e pensai di svegliarla, ma non volevo perchè qualcosa dentro me mi diceva che era viva e che l’aria di morte che soffiava dentro la mia camera era un’illusione.

Uscì dal bagno, raggiunsi la camera da letto e la fissai, mosse le gambe. “Era viva!”

Non mi stranizzai come di solito faccio esclamando: “Bah! Che pensieri strani che mi faccio!” Perchè talmente era forte questa pestilenza che non mi stupi’.

Mi addormentai subito dopo, non ricordo quanto tempo trascorse o cosa pensai prima di cadere tra le braccia di morfeo.

Mi svegliai in sogno, nella mia vecchia casa dove abitavo da giovanissimo con i miei genitori. Sognavamo di allestire il piano superiore che però non venne più costruito da noi, anni fa’ vendei la casa e adesso i nuovi padroni lo costruirono di propria tasca.

Invece nel sogno sognai che erano stati mia madre e mio padre a farlo, e che sopra di questo c’era un’ampia terrazza con una stanza e una verandina. Io giravo nel sogno scrutando le stanze ma non avvertivo nessun senso particolare, tanto che non potevo immaginarmi cosa accadde quando salimmo al penultimo piano.

Nel sogno pensai che fosse strano il fatto che, essendo la casa piccola, ci fossero due bagni enormi e che un letto matrimoniale stasse in uno di questi dove c’era a lato una vasca-doccia, ma nessun water o lavandino. Nel letto dormiva una donna, zia di una mia amica, morta poco tempo fa. I miei mi dissero che covevo dormire con lei, che in sogno era molto più giovane. Mi stranizzai, da li l’atmosfera della casa in sogno cambiò, divenne spettrale. Ancor più quando mio padre mi disse che dovevao salire al piano di sopra, ma che improvvisamente qualcuno che non vedevo ma sentivo si mise a cantare, con voce forte e torno basso una melodia orranda, simile a una marcia.

Qui, mio padre scoprì le coperte dove dovevo dormire e vidi due protesi, di due gambe, che collegai a lui, siccome morì per via di un incidente stradale legai la sua presenza al fatto che si potè salvare, ma lui stava sulle sue gambe, le protesi invece erano posizionate lì dove dovevo stendermi io.

La musica proseguiva. Capì che là su’ accadeva qualcosa che non potevo vedere, qualche rito, e che quella era una sacerdotessa che volendoci spaventare, ci teneva lontani. Allora mi misi in sogno a pregare, ma non basto’ la sacerdotessa e le sue seguaci che eseguivano un coro, non smettevano anzi diventava la musica sempre più ritmata e il tono minaccioso. Ripetavano una frase di poche parole che ho rimosso.

Finì il sogno che mi misi a suonare col telefonino la melodia dell’Ave Maria, ma le voci di queste predominavano tanto che mi svegliai e vidi che non riusci’ a contrastarle. Però prima mi accorsi che nel sogno sulle scale c’era qualcosa… mi svegliai.

La villa fu costruita a partire dal 1860 dal principe Luigi Alliata di Pietratagliata e rimase proprietà della sua famiglia fino alla morte del figlio Raniero (10 ottobre 1979). Poi il bene fu ereditato dai nipoti Bordonaro, discendenti di una sorella di Raniero, Marianna. Tra i parenti si aprì una guerra per la divisione dello splendido maniero. Alla fine ne fu decisa la vendita. Correvano gli anni Novanta quando l’immobile venne acquistato dall’imprenditore Salvatore Sbeglia, mafioso legato alla cosca dei Ganci. Da quel momento si entrò in un tunnel al buio. La proprietà fu confiscata e affidata al tribunale che nominò un curatore fallimentare. Nel frattempo la villa veniva adottata dalla scuola media “Leonardo da Vinci” in occasione di “Palermo apre le porte”. I ragazzi hanno ripulito il giardino che, tuttavia, negli ultimi tre anni è stato ridotto nuovamente a discarica. Ritorniamo sulle vicende storiche dela dimora. L’inaugurazione di villa Petratagliata nel 1885 costituì un vero e proprio avvenimento. Alla festa, che durò due giorni, c’era tutta la nobiltà palermitana. La visita dei saloni lasciò in tutti enorme meraviglia. All’esterno faceva bella mostra un laghetto animato da sciami di anatre e una ricca flora di piante esotiche fatte arrivare dall’estero. La più mondana della famiglia Alliata fu Bianca, donna piena di interessi culturali, è famosa la sua collezione di cartoline legate alla città di Palermo. Bianca era amica del cuore di Donna Franca Florio. Bent Parodi di Belsito, a proposito dell’ultimogenito del principe Luigi, ha scritto: “Fu allevato da una severa bambinaia tedesca, che incise profondamente nella personalità del piccino. Raniero divenne così una composita figura: un po’ tedesco, un po’ siciliano ma col prevalente gusto del pangermanesimo. L’ammirazione verso la cultura tedesca, d’altronde, era di casa nel castello di via Serradifalco. Raniero già a 15 anni, incuriosito dalla vasta letteratura disponibile nella biblioteca del castello, aveva cominciato ad interessarsi di occultismo, sotto lo sguardo non dispiaciuto del padre, anche lui pratico di scienze e di occultismo, secondo la moda del tempo”. Morto nel 1921 il duca Luigi di Pietratagliata, il figlio Raniero in pochi anni fece fuori una immensa fortuna giocando ai tavoli verdi dei circoli. Poi una notte, rientrando nel suo maniero, decise di farla finita con le banalità della vita esterna. Si chiuse nel suo castello di via Serradifalco e si dedicò alla vita scientifica. Pur nel chiuso del castello la fama di Raniero giunse negli ambienti accademici e scientifici. Il principe Alliata si riteneva immortale, invece, morì nel suo gigantesco letto con baldacchino E nessuno poté udire il suo ultimo lamento. La villa è stata la residenza di Raniero Alliata di Pietratagliata, il “principe mago”, entomologo di fama mondiale,aveva creato la piu’ grande collezione di farfalle ed insetti di tutta italia,oggi si trova al museo naturalistico Palazzo D’Aumale di Terrasini.
La ville urge un rapido intervento di restauro, prima che sia troppo tardi porvi mano: è interesse comune, in quanto rappresenta un’opera del patrimonio artistico nazionale. In pieno centro urbano, all’interno della contrada palermitana ‘Malaspina’ e non distante da Villa Malfitano-Witaker, giace quasi invisibile all’occhio del passante la villa abitata fino alla morte da Raniero Alliata di Pietratagliata, principe del Sacro Romano Impero. Entomologo di fama mondiale, misantropo ed appassionato di esoterismo, convinto di aver raggiunto l’immortalità, si spegne nel 1979 nella stessa sua villa, senza lasciare alcun erede.

Quello che appare come un vero e proprio palatium nobiliare è stato progettato dall’architetto Francesco Paolo Palazzotto intorno al 1885, in stile neogotico, su una struttura pre-esistente risalente alla fine del XVIII secolo. Su commissione del principe Luigi Alliata di Pietratagliata, l’architetto ideò una struttura che tendesse a possedere una propria caratteristica innovativa, volgendosi però all’austerità delle linee gotico-catalane palermitane che delineassero ed evidenziassero la nobiltà delle antichissime radici della famiglia. Il vasto spazio antistante la villa era nello stesso tempo feudo e giardino, con viottoli che si insinuavano nella romantica vegetazione, tra cui spiccava lo stagno con cigni.
La villa si erge su quattro piani: il pian terreno (abitato dalla servitù), il primo piano, il secondo piano e il terzo piano-terrazza, più un seminterrato in cui si trovavano le cucine.
Alcune immagini, risalenti solo ai primi anni ’90 del XX secolo, mostrano ancora una struttura in cui il processo di fatiscenza non aveva ancora reso la villa irriconoscibile, ed in cui erano ancora ben visibili gli splendidi soffitti a cassettoni con decorazioni zoomorfe e versi poetici quattrocenteschi, insieme agli splendidi arazzi delle pareti, alle vetrate piombate, colorate e decorate con stemmi nobiliari, e ai pregiati infissi in legno scolpito.
Oggi, anno 2009, ecco l’agghiacciante ‘spettacolo’ che ci si presenta innanzi: uno scempio che ha avuto inizio già dalla selvaggia urbanizzazione di Palermo degli scorsi anni ’70 ed ’80, relegando la splendida villa in una nicchia appartata del freddo quadro urbano. A dire il vero, già il Piano Regolatore del 1886 rimaneggiò di molto lo spazio del giardino. Successivamente alla morte del principe Raniero, la villa fu venduta dai diretti discendenti del principe a dei privati che pare abbiano avuto implicazioni in affari di Mafia; oggi, la villa continua in maniera inesorabile a subire passivamente un degrado raccapricciante, a causa delle continue ed impietose incursioni di vandali, tossicodipendenti ed agenti erosivi atmosferici. La vegetazione ormai spontanea dell’allora pregiatissimo giardino, in cui si trova anche un camion abbandonato e arrugginito, avvolge quasi interamente l’esterno della villa, fungendo da sicuro rifugio per topi ed insetti infestanti. Quella che era la vecchia cappella è stata privata del rosone e si presenta interamente smattonata. I solai dei soffitti del pian terreno appaiono quasi tutti molto danneggiati, se non addirittura crollati. In ogni stanza vi sono cumuli di macerie e spazzatura, ed è ancora possibile osservare lo scheletro di una vecchia Fiat 600 in quello che doveva fungere da garage fin quando la villa ebbe un padrone. Oggi, infatti, pare che gli organi istituzionali si passino l’un l’altro, come fosse una ‘patata bollente’, la prerogativa di restauro della Villa Alliata di Pietratagliata, così che di fatto nessuno sta realmente agendo in maniera tempestiva per evitare un certo e, sembrerebbe, prossimo cedimento strutturale definitivo.

Prima di imbattermi in questa triste storia di degrato di un bene storico Palermitano, pensavo di parlare dei suoi fantasmi, in questo caso però oltre le numerose storie che riguardano il palazzo, si dice che se qualcuno butta della carta dentro il vecchio camino spuntino delle fiamme a bruciarla, ma in questo caso devo dire che i fantasmi di villa Alliata mi fanno più che paura pena, spero quindi che questa bellezza venga recuperata al più presto. Se ne sta occupando un gruppo su facebook e mi auguro con tutto il cuore che qualcosa prima o poi venga fatta per questo sfortunato edificio.

Sono qui stati realizzato dei video che fanno riflettere tantissimo sull’educazione e cultura del Palermitano.

A distanza di trent’anni dalla morte dell’ultimo principe Alliata di Pietatagliata la villa di via Serradifalco continua a vivere in assoluto stato di degrado e abbandono.La situazione oggi è grave solai crollati, cedimenti delle coperture con parti esposte agli agenti atmosferici, gravi danneggiamenti per atti vandalici.
Trafugati numerosi componenti dell’epoca ed altrettanti danneggiati, parco ridotto a un ammasso di sterpaglia, topi che scorrazzano mortificano questo gioiello architettonico della fine dell’Ottocento. Senza contare i trafugamenti di elementi decorativi d’epoca, un vero scempio. Nel quartiere tutti chiamano la costruzione castello per le due grandi ali, le cinquanta stanze, le torri merlate. Si tratta di un edificio sorto negli ultimi lampi della Belle Epoque, che subito diventò salotto di aristocratici e punto di riferimento di studiosi. Oggi la struttura è contaminata dal cemento dei palazzi che la circondano, al punto da togliere ossigeno all’abbandonata flora.

Un approfondimento su Raniero che mi somiglia molto:

Raniero Alliata di Pietratagliata

Raniero Alliata di Pietratagliata o più correttamente “dei Duchi di Pietratagliata”, discendente della famiglia Alliata (Palermo, 1886 – 1979) è stato un entomologo italiano, intellettuale e divulgatore della teosofia in Sicilia agli inizi del XX secolo.

Biografia

Nonostante il suo nome sia poco conosciuto, è stato una figura di riferimento per almeno due generazioni di intellettuali siciliani, fra cui Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Lucio Piccolo, Gioacchino Lanza Tomasi e Bent Parodi.

Molto conosciuta era la sua collezione di insetti, comprendenti tutta la fauna entomologica, per lo più provenienti dalle Madonie, ove il principe soleva recarsi per le sue ricerche naturalistiche. A Raniero Alliata si deve, fra l’altro, la scoperta, proprio sui monti delle Madonie, della “Rosalia Alpina“, coleottero della famiglia dei cerambicidi.

La sua fama di mago nero, al pari del suo interesse per l’occultismo e la teosofia lo accompagneranno fino alla morte, dandogli la fama di principe mago.

In realtà si interessava di magia bianca, spiritismo e fenomeni paranormali.

Il suo interesse per le discipline occulte e la teosofia non devono sorprendere: esse erano molto diffuse negli ambienti aristocratici palermitani di inizio novecento, a cui prenderanno parte lo stesso Giuseppe Tomasi di Lampedusa e i fratelli Piccolo. La figura di Raniero Alliata, al pari di quella di Tomasi di Lampedusa, è difficilmente catalogabile: fu un personaggio unico, stravagante, pieno di eccentricità e abitudini originali, retaggio di un mondo aristocratico giunto al suo tramonto.

Raniero Alliata di Pietratagliata, a volte erroneamente indicato come Principe del Sacro Romano Impero era in realtà figlio di Luigi Alliata dei Duchi di Pietratagliata e di Bianca Notarbartolo dei Principi di Sciara.

Il nome della famiglia è legato anche alla costruzione della storica Villa Alliata di Pietratagliata in via Serradifalco a Palermo, gioiello del neogotico palermitano, opera dell’architetto Francesco Paolo Palazzotto (Palermo 1849-1915).

La villa è stata abitata da Raniero Alliata fino alla morte, avvenuta nel 1979. Oggi versa in stato di pietoso degrado.

“I castelli sono figure architettoniche fortificate complesse tipiche del Medioevo, che a causa di modificazioni e stratificazioni subite in varie epoche, non sono di facile lettura. Sorgevano solitamente in un luogo strategico, in posizione elevata e fcilmente difendibile.”

“Carinis dominata da una “hisn” (fortezza) di recente formzione”: così il geografo spgnolo d’origine araba “Al-Idrisi” (1099-1166), nel suo libro, “Kitab al-Jami-li-Sifat Ashtat alNabatat” (dedicato a Re Ruggero), descrive il Castello di Carini.

L’edificio è eratto tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo dal feudatario normanno Rodolfo Bonello, su una costruzione precedente, testimoniata dall’arco a sesto acuto, posto fuori il castello, che suggerisce una datazione al periodo islamico (X secolo).

Come ricorda o studioso diplomatico J.L.A: Huillard-Brèholles nel luglio 1220 (periodo Svevo) Federico II ordinava che civitates, casalia, villas ecclesias, possessiones, villano set jura dell’Arcivescovato di Monreale fossero restituiti in quanto erano stati usurpati; quindi anche il castello di Carini passava alla corona.

Al XIII secolo è riconducibile il portale d’ingresso alla corte, caratterizzato dll’arco ogivale a sguanci e la cinta muraria, realizzate con muratura a sacco in conci di pietra sbozzata, del bastione.

Con gli Aragonesi del 1283, sotto il regno di Costnza D’aragone, il castello passa alla famiglia Abbate, che lo trasformarono realizzando sia opere di difesa sia ambienti residenziali.

Nel XIV secolo, il feudo di Carini passa alla potente famiglia dei Chiaramonte, da Giovanni a Manfredi, per arrivare lla fine del secolo alla grande famiglia Moncada, d’origine catalana, avversa ai Chiaramonte. Dopo pochi anni per “fellonia” anche i Moncda perdono la signoria di Carini.

A questa fase trecentesca risalgono le torri, dove è ben visibile lo scudo a punta degli Abbate, ed il perimetro murario dell’intera struttura.

NEl 1397, re Martino il Giovane assegna al castello, dopo l’ccusa di Tradimento degli Abbate, e il perimetro Ubertino La Grua, suo consigliere catalano. I La Grua manterranno il castello fino al 1977, data in cui lo cederanno al Comune di Carini. La maggiore trasformazione il castello lo subisce con i La Grua che gli danno un aspetto rinascimentale.

Già dal 1403, anno in cui Ilaria La Grua, figlia di Ubertino, sposa Gilberto Talamanca, il castello inizia a subire trasformazioni rdicali.

Due atti di noti attestno che nel castello furono fatti resturi: uno nel 1484, ad opera dei maestri Petrus Firreri, Lucas Lu Blancu, Petrus Carrara e Philippus Porcellus (O.o), ingaggiati dal barone Pietro La Grua; l’altro, del 1487, ad opera del maestro Masio de ammanco, il quale si obbligva con Guglielmo Talamanca, come tutore di D. Giovanni Vincenzo La Grua, ad eseguire delle “fabbriche” per il castello.

La corte interna caatterizza lo spazio del maniero, dove è possibile scorgere, sul lato Nord, al piano terra, un portale a sesto acuto a sguarci del XIV secolo e quattro portali del XVI secolo; al piano superiore le due finestre ed il portale del salone delle feste, sormontati da stemmi raffiguranti la gru (simbolo della famiglia), rielano quale era il gusto rinascimentale dell’epoca.

Una bifora, oggi murata ci riporta a un periodo precedente.

entrando al piano terra una stanza con volte a crociera ha dentro un muro a faccia vista, che prosegue nella stanza successiva. Originariamente era un muro esterno, ma in seguito a ari rimneggiamenti diviene muro interno.

Un grande salone, nella stanza attigua, è diviso da due arcate a sesto acuto con colonna centrale, affiorate durante i lavori di restauro, erano inglobate dentro il muro. Il portale che divideva il salone è oggi addossato alla parete nord, ma originariamente si trovava parallelo all’altro della parete opposta. Tre finestre davano luce al salone; una è murata ed è isibile solo esternamente.

Nel lato est del piano terra si trova: in una stanza un lavatoio in pietra di “Billiermi”; in un’altra la cappella di palazzo, affrescata  trombe l’oeil (XVII – XIX secolo), con una statua di marmo rppresentante la Madonna di Trapani (che reca la data 1509), oggi al museo civico, attribuita a A. Mancino, scultore del XVI secolo.

All’esterno uno scalone in pietra di “Billiemi”, probabilmente opera dell’architetto Matteo Carnalivari (1449 – 1506), conduce al piano superiore.  sinistra un portale marmoroso con una scritta: “ET NOVA SINT OMNIA” (e nuove siano tutte le cose)” che è la continuazione di un’altra frase che si trova su un altro portale nel lato sud – ovest, “RECEDANT VETERA” (recedano le cose vecchie), sottolineano i lavori di rinnovmento stilistico che subì il castello alla fine del XV secolo per renderlo conosono al gusto rinascimentale.

Il salone delle feste del piano nobiliare è un classico esempio di sala quattrocentesca con soffitto ligneo cassettonato ad incastro. Un camino impreziosito con lo stemma dei La Grua ed ampie finestre con sedili adornati ai lati.

Il soffitto è ripartito in 13 riquadri da spesse travi e presenta una caratteristica peculiare, tipica di quella ascendenza culturale dei soffitti a “miquarnas” tipica del periodo arabo normanno.

Non si hanno notizie sulla sua costruzione, ma stilisticamente è databile ala prima metà del XV secolo. I soggetti principali della decorazione sono delle scritte in latno tratte dai Salmi, che decorano il soffitto nelle piccole vele centrali e laterali.

La frase aristotelica “IN MEDIO CONSISTIT VURTUS” e “ET IN EXTREMIS LABORE” sono ripetute più volte nella parte centrle del soffitto; mentre, nei pennacchi laterali, troviamo anche lo stemma dei La Grua (una gru) e dei Lanza (un leone).

Poseguendo verso il lato est, si possono ammirare vari ambienti arescati secondo un gusto ottocentesco dell’epoca, ma i saggi di restauro mostrano gli affreschi precedenti del XVII secolo.

Non è facile dare una destinazione agli ambienti, ma una certamente, caratterizzata da un portale settecentesco, ne connota la destinazione: l’alcova o stanza da letto.  La stanza antistante, con volta a botte ha un affresco raffigurante “Penelope ed Ulisse” con accanto il cane Argo. Alle pareti, sono raffigurate vedute archeologiche. Troviamo anche una stanza affrescata in pieno stile pompeiano. Dal lato oest una stanza si distingue per un soffitto con vele e pennacchi terminanti in pietr di Billemi che ci riconduce allo stile gotico.catalano tipico del XIV secolo.

Per una scaletta di accede alla torre del castello dove è possibile ammirare una bifora con lo stemma degli Abbate ed una volta a crociera con pennachi terminanti anch’essi con pietra di Billemi. Una scala, oggi non più esistente, permetteva di uscire nei merli della torre.

Guardando esternamente la tore, si può notare, nella penultima mensola verso sud, la scultura di una mano. Certamente si tratta di un simbolo di fortuna legato ad una maestranza araba (la mano di Fatima, figli di Maometto).

LAURA LANZA BARONESSA DI CARINI

La leggenda narra la morte di Donna Laura Lanza che a soli 14 anni andò sposa, per volere del padre, al barone di Carini. Ben presto, delusa dalla vita matrimoniale e dai continui abbandoni del marito impegnato nella cura della sua proprietà, la baronessa si innamora di Ludovico Vernagallo, e ne diventa l’amante. Scoperta dal marito e dal padre, Laura viene uccisa insieme a Ludovico. La stanza dell’assassinio, situata nell’ala ovest del castello, è crollata completamente e si narra che su una parete vi fosse l’impronta insanguinata della baronessa.
Adesso tutto ciò che resta della leggenda sono: il fantasma di Laura, che si dice si aggiri ancora senza pace nel castello e un enigma particolare… in una delle metope del torrione principale, proprio in direzione del luogo ove sorgeva l’ala ovest, è scolpita… una manina!!!

Fuori dalla leggenda si può affermare che Laura era una ragazza che poteva dar lustro sia ai La Grua – Talamanca che ai Vernagallo, ma i La Grua bruciano i tempi la chiedono in sposa per il figlio Vincenzo. All’età’ di quattordici anni, il 21 dicembre 1543 viene celebrato il matrimonio. Non era possibile farsi precedere dai Vernagallo, anche se era nota a tutti la grande tenerezza di Laura per Ludovico. Tuttavia il fatto, almeno in apparenza, non turbò l’amicizia fra le famiglie. Infatti, nonostante tutto, Ludovico era considerato come uno di famiglia.
A poco a poco però, gelosie e vecchi rancori emersero fra i La Grua, Lanza e Vernagallo, ed ecco le insinuazioni, le calunnie ed infine il tragico evento.
Nella realtà, esistono dei documenti dai quali risulta che il Vicerè di Sicilia, informa, all’epoca, la Corte di Spagna che Cesare Lanza, barone di Trabia e conte di Mussomeli, ha ucciso la figlia Laura e Ludovico Vernagallo. Questo documento avvalora l’atto di morte della baronessa, redatto il 4 dicembre 1563 e che si conserva nell’archivio della Chiesa Madre di Carini insieme a quello di Ludovico Vernagallo. Non esiste, invece, alcuna prova che tra Laura Lanza e Ludovico Vernagallo ci fosse qualcosa di diverso dall’amicizia. Quindi Cesare Lanza di Trabia, complice il genero, uccise per leso onore della famiglia, la figlia Laura e fece uccidere da un sicario Ludovico Vernagallo.

La leggenda racconta che fu un frate del vicino convento, infatti, ad informare il padre ed il marito della sposa, e questi, assieme, freddamente meditarono e prepararono l’assassinio.
Fu preparato l’agguato e quando l’ignobile spia si accorse che i due amanti stavano insieme, avvertì don Cesare Lanza, che corse nella stessa notte a Carini, accompagnato da una sua compagnia di cavalieri, e fatto circondare il castello, per evitare qualsiasi fuga dell’amante di sua figlia, vi irruppe all’improvviso, e sorpresili a letto, li uccise.
L’atto di morte di Laura Lanza e Lodovico Vernagallo, trascritto nei registri della chiesa Madre di Carini, reca la data del 4 dicembre 1563. Nessun funerale fu celebrato per i due amanti, e la notizia della loro morte, o per paura o per rispetto, fu tenuta segreta. La cronaca del tempo lo registrò con estrema cautela senza fare i nomi degli uccisori, scrive Luigi Maniscalco Basile, senza dire nemmeno che cosa era accaduto, mentre il Paruta riporta il fatto nel suo diario, così: “sabato a 4 dicembre. Successe il caso della signora di Carini”. Ma nonostante la riservatezza d’obbligo, la notizia si divulgò lo stesso ed il “caso” della baronessa di Carini divenne di dominio pubblico.

Il Salomone Marino, nel secolo scorso, raccolse da un esaltatore questi versi in cui si fa rivivere l’efferatezza del delitto:

“Vju viniri ‘na cavalleria
chistu è mè patri chi veni pri mia!
Signuri patri, chi vinistivu a fari?
Signura figghia, vi vegnu a ‘mmazzari.
Signuri patri, aspettatimi un pocu
Quantu mi chiamu lu me cunfissuri.
– Habi tant’anni ch’un t’ha confissatu,
ed ora vai circannu cunfissuri?
E, comu dici st’amari palori,
tira la spata e cassaci lu cori;
tira cumpagnu miu, nun la sgarràri,
l’appressu corpu chi cci hai di tirari!
Lu primu corpu la donna cadìu,
l’appressu corpu la donna muriu.”

Il viceré, appena venuto alla conoscenza dei delitti, immediatamente adottò per don Cesare Lanza ed il barone di Carini i provvedimenti previsti dalla legge; furono banditi ed i loro beni vennero sequestrati. Don Cesare Lanza ancora una volta si rivolse a re Filippo II; spiegò i motivi che lo avevano portato assieme al genero a trucidare i due amanti ed avvalendosi delle norme, in quel tempo in vigore, sulla flagranza dell’adulterio, chiese il perdono che fu accordato. Liberato da ogni molestia, don Cesare Lanza riebbe i suoi beni; ancora una volta la Giustizia non lo aveva neanche toccato e giustamente, come scrisse il Dentici, “l’aristocrazia del tempo era al di sopra delle leggi e della giustizia”. Anche il barone di Carini, marito di Laura, fu assolto con formula piena, e visse indebitato sino alla sua morte, dopo avere portato al Monte dei Pegni gli ultimi gioielli della sua famiglia.

Memoriale presentato da Cesare Lanza al Re di Spagna per discolparsi del delitto della figlia Laura

Sacra Catholica Real Maestà,

don Cesare Lanza, conte di Mussomeli, fa intendere a Vostra Maestà come essendo andato al castello di Carini a videre la baronessa di Carini, sua figlia, come era suo costume, trovò il barone di Carini, suo genero, molto alterato perchè avia trovato in mismo istante nella sua camera Ludovico Vernagallo suo innamorato con la detta baronessa, onde detto esponente mosso da iuxsto sdegno in compagnia di detto barone andorno e trovorno detti baronessa et suo amante nella ditta camera serrati insieme et cussì subito in quello stanti foro ambodoi ammazzati.

Don Cesare Lanza conte di Mussomeli

Il Giornale di Sicilia del 5/02/2010 pubblica la seguente notizia:
Omicidio baronessa di Carini: dopo 450 anni si riapre l’inchiesta

A quasi 450 anni dal misterioso delitto si riaprono le indagini sull’omicidio della Baronessa di Carini, la nobildonna Laura Lanza assassinata assieme al proprio amante, Ludovico Vernagallo, il 4 dicembre 1563.
Il sindaco di Carini (Palermo), Gaetano La Fata, ha infatti deciso, a pochi mesi dalla conclusione della sua seconda legislatura, di affidare ad un team di criminologi di fama internazionale la riapertura dell’inchiesta.
Dal 22 al 25 marzo, gli investigatori dell’Icaa (International crime analysis association) arriveranno in città per risolvere il mistero con l’ausilio di moderni strumenti d’indagine.
Il castello di Carini si trasformerà, pertanto, in un vero e proprio centro d’investigazioni e le attività effettuate dagli esperti potranno essere osservate anche dal pubblico. Saranno anche organizzati corsi e seminari sulle moderne tecniche d’indagine scientifica.
Del team investigativo farà parte anche lo psicologo e criminologo Marco Strano considerato uno dei maggiori esperti al mondo di psicologia investigativa e criminal profiling.
L’omicidio avvenne all’interno del castello che domina il paese, la dimora della baronessa. Laura Lanza, a soli 14 anni era andata in sposa, per volere del padre, al barone di Carini, Vincenzo La Grua Talamanca.
La leggenda narra che ad uccidere la baronessa e l’amante sia stato il padre della donna, Cesare Lanza, barone di Trabia e conte di Mussomeli, con il beneplacido del barone La Grua Talamanca.
Esisterebbero dei documenti nell’archivio della chiesa madre di Carini, dai quali risulta che effettivamente Cesare Lanza di Trabia avrebbe ucciso la figlia. Anche gli atti di morte della baronessa e di Ludovico Vernagallo sarebbero ancora conservati nella stessa chiesa.
A distanza di secoli, però, la vicenda non è stata mai chiarita del tutto, in particolare per quanto riguarda il ruolo nel delitto del marito tradito.

Fantasmi al castello di Mussumeli

Il Castello di Mussomeli a Carini, sembra essere lo scenario perfetto per fatti tragici e cupi. Tante sono le leggende che si raccontano.

Una leggenda narra del suicidio per amore di un soldato che si era innamorato della figlia del barone Manfredi.
Manfredi, allora, adirato per ciò che riteneva un gravissimo affronto, diede l’ordine di rinchiudere il soldato in una segreta del castello e in quella, farlo lentamente morire di fame. Il giovane soldato, per sottrarsi a quella condanna, preferì gettarsi da una torre del castello.

Un’altra leggenda narra della raccapricciante uccisione di un gruppo di nobili, che venne fatto cadere in un trabocchetto e lessati vivi con getti di olio bollente.
Nel tenebroso castello, inoltre, si rifugiò Cesare Lanza, preso dal rimorso per aver assassinato la figlia Laura, Baronessa di Carini, che egli sospettava di un comportamento dissoluto. Si racconta che il fantasma della Baronessa di Carini, ancora si aggira nel maniero, è il fantasma di una donna giovane ed elegante, dalle perfette sembianze umane, vestita di abiti cinquecenteschi. Pare si veda simulare la scena della morte e fluttuare per aria sulle vie crollate e non più esistenti del castello.

Il Castello ancora oggi occupa una posizione strategica dalla quale domina il territorio circostante e la Cappella che ospita al suo interno e’ talmente suggestiva e con le sue intense atmosfere mistiche rapisce l’anima di chiunque vi si soffermi anche se per pochissimo tempo.
La Sala detta “dei Baroni” e la “Camara di li tri Donni” sono interessantissime dal punto di vista esoterico poiché la leggenda vuole che vi siano accaduti dei fatti veramente misteriosi numerosi sono i visitatori che affermano di aver percepito strani rumori, fruscio di vesti di seta, clangore di armi e strani sospiri da far pensare di essere attorniati da strane presenze.

Il Castello di Mussomeli è stato da sempre un punto di riferimento per tutti coloro che si sono interessati ai fenomeni dell’occulto a causa dei numerosi avvenimenti tragici, basti pensare alla strana vicenda accaduta nella Stanza di li tri donni, dove sembra che tre donne, vittime di un conflitto di gelosia, vennero murate vive proprio nelle pareti della stanza in questione.

Famoso per la tragica vicenda che ha avuto come protagonista Laura Lanza, Baronessa di Carini, figlia di Cesare Lanza, che nel 1500, era l’unico proprietario del Maniero e lo abitava con la propria famiglia.
La storia tramanda che Cesare Lanza, venuto a conoscenza che la propria figlia Laura, coniugata con il Barone Carini, aveva mantenuto dei rapporti extraconiugali con un giovane cavaliere, per difendere l’onore del Casato, si recò presso il Castello di Carini, dove dimorava Laura e cogliendola sul fatto, decise di assassinare la propria figlia, strangolandola.
Avvenuto l’infame delitto, Cesare Lanza, divorato dai rimorsi, decise di rifugiarsi nel Castello di Mussomeli per espiare.
Triste destino quello che fu riservato a Donna Laura di Carini!, andata sposa a soli 14 anni, per volere del padre, al Barone Carini che, tutto preso dagli affari legati alla sua proprietà, si disinteressò bene presto della giovane moglie, lasciandola spesso sola e triste nell’antico maniero che la ospitava.
Laura aveva un amico d’infanzia, Ludovico Vernagallo, con il quale soleva passare molto del suo tempo e ben presto molti cominciarono a pensare che ne fosse divenuta l’amante…..da qui il tragico epilogo della sua vita.
Ancora oggi, sembra, che lo Spirito di questa infelice donna vaghi per il Castello di Musomelli alla ricerca del padre che l’avrebbe uccisa ingiustamente.
Alcuni testimoni affermano che la sua materializzazione è quasi perfetta, tanto che se non fosse per l’abbigliamento appartenente ad un’altra epoca, la si potrebbe confondere per una donna realmente vivente.
Laura indosserebbe degli abiti del 500, un’ampia gonna di seta, un corpetto sul quale avvolge uno scialle finemente lavorato.
Chiunque si trovi a visitare il Castello potrebbe incontrarla mentre vaga per le tre stanze più grandi del Maniero oppure mentre si reca presso la Cappella, dove si inginocchia e prega.
Il conte non pagò mai per l’orrendo delitto mentre il Barone di Carini, il 4 maggio del 1565, convola a nuove nozze con Ninfa Ruiz.
Nessuno ancora oggi riesce a spiegare il motivo di tanta crudeltà verso una donna che, anche gli storici dell’epoca, hanno sempre definito ” di fascino e di grandi virtù”!
Ludovico Vernagallo, inoltre, era da sempre amico di Laura e considerato anche dal conte Lanza come uno della famiglia!
Cosa mai avrà armato la mano del parricida rimane uno dei più grandi misteri storici che nessuno riuscirà mai a risolvere!
Visitando il Castello di Mussomeli non si può evitare di pensare alla Baronessa di Carini ed alla sua tragica ed eterna ricerca per conoscere, finalmente, dal proprio genitore il motivo di tanta crudeltà!

Esperienze personali:

Mi sono recato al castello anni fa quando ho parlato nel mio primo blog, ora andato perduto, devo dire di aver sentito una temperatura molto bassa tipica delle dimore infestate. Oltre a questo e al fatto che da ogni angolo mentre passeggi hi la sensazione di non essere da solo, ma di essere scrutato continuamente, non ho visto e sentito nulla.

Prima di scrivere questo post, giorni fa trovai la nota stampata mia battuta e la copia della guida che da il custode a carini scritta da Giuseppe randazzo di cui ho preso le note e l’introduzione descrittiva del castello, sul mio tavolo. Un fatto al quanto misterioso e adesso mentre scrivo ammetto di ave sentito delle voci, ma è tutto nella norma.

Riporterò adesso una galleria di foto scattate quel giorno.

Fu un autore inglese, in cinquant’anni di scrittura è noto per i suoi racconti del Terrore. Benson in vita si interessò ai fenomeni psichici e ai fantasmi e descrisse alcuni dei suoi strani incontri nell’oper autobiografica Final Edition (1940).

In una clda e luminosa (paradgma) lui e il vicario di Rye videro l’apparizione di un uomo in nero in fondo al suo giardino.

“Le storie di fantasmi” scrisse “sono un settore della letteratura nel quale mi sono spesso cimentato. Scegliendo bene alcuni dettgli inquietanti non è difficile provocare nel lettore uno stato di tensione che se sapientemente stimolato può spianare la strad al Terrore. Il narratore secondo me, deve riuscire prima di tutto a spaventare se stesso prim di poter riuscire a spaventare gli altri, l’uomo in nero in me non ha suscitato l minima paura. Tuttavia mi misi a lavoro e stesi la mia storia di fantasmi descrivendo come si fosse creata una atmosfera orrorifica nel mio giardino segreto: come quando presi la mia gatta Taffy, lei mi si accoccolasse dietro alle gambe mugolando; come di notte aleggiasse una debole luminescz sui muri e in tal modo, dopo la dovuta preparazione, diedi il via all’apparizione dello spettro”

Un visita agli archivi del Municipio cittadino dopo fornì a Benson una macabra spiegazione per il manifestarsi del visitatore notturno.

Benson conosceva molto bene un grande maestro di racconti di fantasmi (che io non conosco) il conterrneo Montague Rhode James. Era membro della Chitchat Society, un circolo letterario di Cambrige che aveva come obiettivo quello di promuovere la conversazione intelligente. Dei dieci soci del circolo che ascoltavano avidamente i racconti di James (L’album del caninico Alberigo e Cuori perduti) Benson fu l’unico che avrebbe seguito le sue orme.

I due scrittori furono sempre daccordo sul fatto che i fantasmi e le creature diaboliche di maggior successo della narrativa del soprannaturale dovevano essere malvagi e terrorizzanti.

Nel giugno del 1895 Benson dimostro’ di essere interessato al soprannaturale analizzando il celebre caso della “strega Clonmel” bruciata viva dai suoi concittadini mesi prima.

Una giovane donna, torturata a morte dal marito, familiari e amici per esorcizzarla con forza, Benson sostenne che l’orrendo omicidio doveva essere punito come omicidio colposo anzichè assassinio. Dopo la pubblicazione dell’articolo sulla rivista “Ninteenth Century” il pubblico ministerò ritirò l’accusa di assassinio derubricndola ad omicidio colposo. (non sono molto daccordo io…)

Benson cominciò la sua carriera di racconti sul soprannaturale per riviste come il Pall Man e l’Illustrated London News, e nei tre decenni successivi scrisse almeno due all’anno divenendo più profilico negli anni venti.

Il numero di Natale del Windsor Magazine, nel 1911, conteneva il suo racconto “Come la paura lasciò la lunga galleria”, illustrato da Fred Pegram.

I fantasmi in questa storia sono una coppia di bambini, uccisi nel Diciassettesimo Secolo, le cui anime in pena infestano una casa di campagna. Vederli significa morire, m una donna dal cuore sensibile, nonostante li ved, riesce a vincere la loro natura malefica col suo spirito compassionevole, e le due ombre non possono più fare del male. Si tratta di uno dei racconti preferiti da Benson, appare successivmente nell’antologia della Faber, My Best Story (1933).

The Room in The Tower, la prima raccolta di rcconti sovrannaturali di Benson fu pubblicata nel 1912 da Mills & Boon, che avevano una buona reputazione per la qualità delle loro pubblicazioni di Narrativa dell’Orrore, tra le quali spiccava “il fantasma dell’Opera” di Leroux, pubblicato l’anno prima.

Il racconto che da inizio alla raccolta è una fantastica storia di Vampirismo. Alcuni racconti memorabili includono Bruchi, con il suo gioco di parole sullo Zodiaco (un’arrestabile marea di enormi bruchi formicolanti con tenaglie al posto delle ventose si fnno strda nella stanza da letto di un pittore, dopodichè quasto scopra di avere il cancro), e il conducente dell’autobus un episodio che ha ispirato il classico film dell’orrore Dead of Night.

Dopo la prima guerra mondiale Benson contribuì spesso a uno dei mensili migliori degli anni Venti e dei primi anni Trenta, l’Hutchinson’s Magazine, il quale annunciò con orgoglio in copertina per oltre quindici anni, “un’altra storia di fantasmi di E.F. Benson”. In seguito i migliori racconti vennero pubblicati in tre raccolte, Visible and Invisible (1923), Spook Stories (1929) e More Spook Stories (1934).

I racconti di Benson sono estremamente diversi nel contenuto, spaziando dai Vampiri, i fantasmi omicidi e le creature mostruose, alla satira del Soprannaturale in cui il Nostro si prende gioco dei medium ciarlatani e delle false sedute spiritiche (Spinach e La seduta spiritica del signor Tilly).

Vi è un interessante filo autobiografico che percorre quasi tutti i rcconti di fantasmi. La gran parte di questi viene narrata da uno scapolo non ben identificato, nel quale si potrebbe riconoscere lo stesso Benson. Il narratore si trova spesso a trascorrere una lunga vacanza solitaria durante la quale può ultimare in pace i propri manoscritti.

La Svizzera e gli sport invernali sono trai temi preferiti. In una delle storie più orrorifiche, Il corno dell’orrore, il narratore scopre sulle Alpi una donna preistoria nuda e villosa che divora con tutta calma un camoscio ancora vivo, e viene inseguito da questa creatura sanguinaria giù per i pendii ghiacciati. L’Egitto, la riviera Italiana, il Sussex (dove viveva Rhye) e altri suoi covi preferiti di fanasmi ricorrono insistentemente in tutti i racconti.

Pirati, una delle storie migliori fantastiche è fortemente autobiografica ed estremamente sottile. L’unico supestite di cinque bambini rivisita la casa di campagna in Cornovaglia vicino Truro, nella quale è cresciuto, la compra e la restaura… poi vi muore, immaginando di essere tornato all’infanzia, circondato dai propri fratelli. Il titolo si riferisce al gioco cui soleva giocare Benson da bambino con tutta la famiglia nel giardino della casa paterna, vicino a Truro.

Benson veniva spesso chiamato a dare lettura dai propri racconti in riunioni private su invito, dei ragazzi del Wellington College, o da vecchi amici come Lord Halifax, un catalogatore di vicende di fantasmi. In Final Edition, Benson ricorda l’anziano Visconte, sul punto di diventare sordo, che si sedeva vicino a lui con la mano all’orecchio e se la storia raggiungeva il suo effetto, diventava sempre più nervoso e affascinato. “E’ troppo spaventoso” diceva “Vai avanti, vai avanti! Non lo sopporto!”.

Roald Dahl, il noto autore inglese di storie terrificanti, fu sempre un ammiratore di Benson e incluse il racconto “In Metropolitana” in una antologia da lui curata nel 1983, dove ricordava che negli anni 50 aveva avuto l’incarico di scrivere un serie di sceneggiature per l televisione col titolo “L’ora dei fantasmi” e aveva scelto il controverso racconto di Benson “L’impiccaggione di Alfred Wadham per aprire la serie.

La storia tocca un delicato aspetto delle norme dettate dal diritto canonico al cattolicesimo romano, che fanno divieto al sacerdote di violare il segreto del confessionle, il prete del racconto si trova così impossibilitato a salvare l’uomo erroneamente condannato alla forca per omicidio, e il fantasma dell’uomo torna a esigere vendetta sul malcapitato sacerdote. Ma la trama era troppo forte per il pubblico degli anni 50, sicchè l’inter serie venne cancellata (-.-‘)

I fantasmi di Benson rappresentano la stessa minacci che troviamo nei racconti di M. R. James, quello che ci perseguita più di qualsiasi altra cosa è la parte di noi stessi, ossia il nostro doppio.

Diceva Benson:

Questi racconti sono stati scritti con la speranza di far provare qualche piacevole brivido al lettore, cosicchè chi avesse deciso di passare una mezz’ora leggendo prima di andare a letto, nella quiete della notte e della propria casa, si preoccupi di dare ogni tanto un’occhiata agli angoli e a tutti i punti bui della stanza in cui è seduto per accertarsi che nulla di strano si nasconda nell’ombra. Perchè questo è il dichiarato obiettivo dei racconti di fantasmi, e di tutte quelle storie che narrano come le forze invisibili tornino ogni tanto a manifestarsi in modo sconvolgente. L’autore, perci augura di cuore ai propri lettori qualche attimo di paura.