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La villa fu costruita a partire dal 1860 dal principe Luigi Alliata di Pietratagliata e rimase proprietà della sua famiglia fino alla morte del figlio Raniero (10 ottobre 1979). Poi il bene fu ereditato dai nipoti Bordonaro, discendenti di una sorella di Raniero, Marianna. Tra i parenti si aprì una guerra per la divisione dello splendido maniero. Alla fine ne fu decisa la vendita. Correvano gli anni Novanta quando l’immobile venne acquistato dall’imprenditore Salvatore Sbeglia, mafioso legato alla cosca dei Ganci. Da quel momento si entrò in un tunnel al buio. La proprietà fu confiscata e affidata al tribunale che nominò un curatore fallimentare. Nel frattempo la villa veniva adottata dalla scuola media “Leonardo da Vinci” in occasione di “Palermo apre le porte”. I ragazzi hanno ripulito il giardino che, tuttavia, negli ultimi tre anni è stato ridotto nuovamente a discarica. Ritorniamo sulle vicende storiche dela dimora. L’inaugurazione di villa Petratagliata nel 1885 costituì un vero e proprio avvenimento. Alla festa, che durò due giorni, c’era tutta la nobiltà palermitana. La visita dei saloni lasciò in tutti enorme meraviglia. All’esterno faceva bella mostra un laghetto animato da sciami di anatre e una ricca flora di piante esotiche fatte arrivare dall’estero. La più mondana della famiglia Alliata fu Bianca, donna piena di interessi culturali, è famosa la sua collezione di cartoline legate alla città di Palermo. Bianca era amica del cuore di Donna Franca Florio. Bent Parodi di Belsito, a proposito dell’ultimogenito del principe Luigi, ha scritto: “Fu allevato da una severa bambinaia tedesca, che incise profondamente nella personalità del piccino. Raniero divenne così una composita figura: un po’ tedesco, un po’ siciliano ma col prevalente gusto del pangermanesimo. L’ammirazione verso la cultura tedesca, d’altronde, era di casa nel castello di via Serradifalco. Raniero già a 15 anni, incuriosito dalla vasta letteratura disponibile nella biblioteca del castello, aveva cominciato ad interessarsi di occultismo, sotto lo sguardo non dispiaciuto del padre, anche lui pratico di scienze e di occultismo, secondo la moda del tempo”. Morto nel 1921 il duca Luigi di Pietratagliata, il figlio Raniero in pochi anni fece fuori una immensa fortuna giocando ai tavoli verdi dei circoli. Poi una notte, rientrando nel suo maniero, decise di farla finita con le banalità della vita esterna. Si chiuse nel suo castello di via Serradifalco e si dedicò alla vita scientifica. Pur nel chiuso del castello la fama di Raniero giunse negli ambienti accademici e scientifici. Il principe Alliata si riteneva immortale, invece, morì nel suo gigantesco letto con baldacchino E nessuno poté udire il suo ultimo lamento. La villa è stata la residenza di Raniero Alliata di Pietratagliata, il “principe mago”, entomologo di fama mondiale,aveva creato la piu’ grande collezione di farfalle ed insetti di tutta italia,oggi si trova al museo naturalistico Palazzo D’Aumale di Terrasini.
La ville urge un rapido intervento di restauro, prima che sia troppo tardi porvi mano: è interesse comune, in quanto rappresenta un’opera del patrimonio artistico nazionale. In pieno centro urbano, all’interno della contrada palermitana ‘Malaspina’ e non distante da Villa Malfitano-Witaker, giace quasi invisibile all’occhio del passante la villa abitata fino alla morte da Raniero Alliata di Pietratagliata, principe del Sacro Romano Impero. Entomologo di fama mondiale, misantropo ed appassionato di esoterismo, convinto di aver raggiunto l’immortalità, si spegne nel 1979 nella stessa sua villa, senza lasciare alcun erede.

Quello che appare come un vero e proprio palatium nobiliare è stato progettato dall’architetto Francesco Paolo Palazzotto intorno al 1885, in stile neogotico, su una struttura pre-esistente risalente alla fine del XVIII secolo. Su commissione del principe Luigi Alliata di Pietratagliata, l’architetto ideò una struttura che tendesse a possedere una propria caratteristica innovativa, volgendosi però all’austerità delle linee gotico-catalane palermitane che delineassero ed evidenziassero la nobiltà delle antichissime radici della famiglia. Il vasto spazio antistante la villa era nello stesso tempo feudo e giardino, con viottoli che si insinuavano nella romantica vegetazione, tra cui spiccava lo stagno con cigni.
La villa si erge su quattro piani: il pian terreno (abitato dalla servitù), il primo piano, il secondo piano e il terzo piano-terrazza, più un seminterrato in cui si trovavano le cucine.
Alcune immagini, risalenti solo ai primi anni ’90 del XX secolo, mostrano ancora una struttura in cui il processo di fatiscenza non aveva ancora reso la villa irriconoscibile, ed in cui erano ancora ben visibili gli splendidi soffitti a cassettoni con decorazioni zoomorfe e versi poetici quattrocenteschi, insieme agli splendidi arazzi delle pareti, alle vetrate piombate, colorate e decorate con stemmi nobiliari, e ai pregiati infissi in legno scolpito.
Oggi, anno 2009, ecco l’agghiacciante ‘spettacolo’ che ci si presenta innanzi: uno scempio che ha avuto inizio già dalla selvaggia urbanizzazione di Palermo degli scorsi anni ’70 ed ’80, relegando la splendida villa in una nicchia appartata del freddo quadro urbano. A dire il vero, già il Piano Regolatore del 1886 rimaneggiò di molto lo spazio del giardino. Successivamente alla morte del principe Raniero, la villa fu venduta dai diretti discendenti del principe a dei privati che pare abbiano avuto implicazioni in affari di Mafia; oggi, la villa continua in maniera inesorabile a subire passivamente un degrado raccapricciante, a causa delle continue ed impietose incursioni di vandali, tossicodipendenti ed agenti erosivi atmosferici. La vegetazione ormai spontanea dell’allora pregiatissimo giardino, in cui si trova anche un camion abbandonato e arrugginito, avvolge quasi interamente l’esterno della villa, fungendo da sicuro rifugio per topi ed insetti infestanti. Quella che era la vecchia cappella è stata privata del rosone e si presenta interamente smattonata. I solai dei soffitti del pian terreno appaiono quasi tutti molto danneggiati, se non addirittura crollati. In ogni stanza vi sono cumuli di macerie e spazzatura, ed è ancora possibile osservare lo scheletro di una vecchia Fiat 600 in quello che doveva fungere da garage fin quando la villa ebbe un padrone. Oggi, infatti, pare che gli organi istituzionali si passino l’un l’altro, come fosse una ‘patata bollente’, la prerogativa di restauro della Villa Alliata di Pietratagliata, così che di fatto nessuno sta realmente agendo in maniera tempestiva per evitare un certo e, sembrerebbe, prossimo cedimento strutturale definitivo.

Prima di imbattermi in questa triste storia di degrato di un bene storico Palermitano, pensavo di parlare dei suoi fantasmi, in questo caso però oltre le numerose storie che riguardano il palazzo, si dice che se qualcuno butta della carta dentro il vecchio camino spuntino delle fiamme a bruciarla, ma in questo caso devo dire che i fantasmi di villa Alliata mi fanno più che paura pena, spero quindi che questa bellezza venga recuperata al più presto. Se ne sta occupando un gruppo su facebook e mi auguro con tutto il cuore che qualcosa prima o poi venga fatta per questo sfortunato edificio.

Sono qui stati realizzato dei video che fanno riflettere tantissimo sull’educazione e cultura del Palermitano.

A distanza di trent’anni dalla morte dell’ultimo principe Alliata di Pietatagliata la villa di via Serradifalco continua a vivere in assoluto stato di degrado e abbandono.La situazione oggi è grave solai crollati, cedimenti delle coperture con parti esposte agli agenti atmosferici, gravi danneggiamenti per atti vandalici.
Trafugati numerosi componenti dell’epoca ed altrettanti danneggiati, parco ridotto a un ammasso di sterpaglia, topi che scorrazzano mortificano questo gioiello architettonico della fine dell’Ottocento. Senza contare i trafugamenti di elementi decorativi d’epoca, un vero scempio. Nel quartiere tutti chiamano la costruzione castello per le due grandi ali, le cinquanta stanze, le torri merlate. Si tratta di un edificio sorto negli ultimi lampi della Belle Epoque, che subito diventò salotto di aristocratici e punto di riferimento di studiosi. Oggi la struttura è contaminata dal cemento dei palazzi che la circondano, al punto da togliere ossigeno all’abbandonata flora.

Un approfondimento su Raniero che mi somiglia molto:

Raniero Alliata di Pietratagliata

Raniero Alliata di Pietratagliata o più correttamente “dei Duchi di Pietratagliata”, discendente della famiglia Alliata (Palermo, 1886 – 1979) è stato un entomologo italiano, intellettuale e divulgatore della teosofia in Sicilia agli inizi del XX secolo.

Biografia

Nonostante il suo nome sia poco conosciuto, è stato una figura di riferimento per almeno due generazioni di intellettuali siciliani, fra cui Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Lucio Piccolo, Gioacchino Lanza Tomasi e Bent Parodi.

Molto conosciuta era la sua collezione di insetti, comprendenti tutta la fauna entomologica, per lo più provenienti dalle Madonie, ove il principe soleva recarsi per le sue ricerche naturalistiche. A Raniero Alliata si deve, fra l’altro, la scoperta, proprio sui monti delle Madonie, della “Rosalia Alpina“, coleottero della famiglia dei cerambicidi.

La sua fama di mago nero, al pari del suo interesse per l’occultismo e la teosofia lo accompagneranno fino alla morte, dandogli la fama di principe mago.

In realtà si interessava di magia bianca, spiritismo e fenomeni paranormali.

Il suo interesse per le discipline occulte e la teosofia non devono sorprendere: esse erano molto diffuse negli ambienti aristocratici palermitani di inizio novecento, a cui prenderanno parte lo stesso Giuseppe Tomasi di Lampedusa e i fratelli Piccolo. La figura di Raniero Alliata, al pari di quella di Tomasi di Lampedusa, è difficilmente catalogabile: fu un personaggio unico, stravagante, pieno di eccentricità e abitudini originali, retaggio di un mondo aristocratico giunto al suo tramonto.

Raniero Alliata di Pietratagliata, a volte erroneamente indicato come Principe del Sacro Romano Impero era in realtà figlio di Luigi Alliata dei Duchi di Pietratagliata e di Bianca Notarbartolo dei Principi di Sciara.

Il nome della famiglia è legato anche alla costruzione della storica Villa Alliata di Pietratagliata in via Serradifalco a Palermo, gioiello del neogotico palermitano, opera dell’architetto Francesco Paolo Palazzotto (Palermo 1849-1915).

La villa è stata abitata da Raniero Alliata fino alla morte, avvenuta nel 1979. Oggi versa in stato di pietoso degrado.

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“I castelli sono figure architettoniche fortificate complesse tipiche del Medioevo, che a causa di modificazioni e stratificazioni subite in varie epoche, non sono di facile lettura. Sorgevano solitamente in un luogo strategico, in posizione elevata e fcilmente difendibile.”

“Carinis dominata da una “hisn” (fortezza) di recente formzione”: così il geografo spgnolo d’origine araba “Al-Idrisi” (1099-1166), nel suo libro, “Kitab al-Jami-li-Sifat Ashtat alNabatat” (dedicato a Re Ruggero), descrive il Castello di Carini.

L’edificio è eratto tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo dal feudatario normanno Rodolfo Bonello, su una costruzione precedente, testimoniata dall’arco a sesto acuto, posto fuori il castello, che suggerisce una datazione al periodo islamico (X secolo).

Come ricorda o studioso diplomatico J.L.A: Huillard-Brèholles nel luglio 1220 (periodo Svevo) Federico II ordinava che civitates, casalia, villas ecclesias, possessiones, villano set jura dell’Arcivescovato di Monreale fossero restituiti in quanto erano stati usurpati; quindi anche il castello di Carini passava alla corona.

Al XIII secolo è riconducibile il portale d’ingresso alla corte, caratterizzato dll’arco ogivale a sguanci e la cinta muraria, realizzate con muratura a sacco in conci di pietra sbozzata, del bastione.

Con gli Aragonesi del 1283, sotto il regno di Costnza D’aragone, il castello passa alla famiglia Abbate, che lo trasformarono realizzando sia opere di difesa sia ambienti residenziali.

Nel XIV secolo, il feudo di Carini passa alla potente famiglia dei Chiaramonte, da Giovanni a Manfredi, per arrivare lla fine del secolo alla grande famiglia Moncada, d’origine catalana, avversa ai Chiaramonte. Dopo pochi anni per “fellonia” anche i Moncda perdono la signoria di Carini.

A questa fase trecentesca risalgono le torri, dove è ben visibile lo scudo a punta degli Abbate, ed il perimetro murario dell’intera struttura.

NEl 1397, re Martino il Giovane assegna al castello, dopo l’ccusa di Tradimento degli Abbate, e il perimetro Ubertino La Grua, suo consigliere catalano. I La Grua manterranno il castello fino al 1977, data in cui lo cederanno al Comune di Carini. La maggiore trasformazione il castello lo subisce con i La Grua che gli danno un aspetto rinascimentale.

Già dal 1403, anno in cui Ilaria La Grua, figlia di Ubertino, sposa Gilberto Talamanca, il castello inizia a subire trasformazioni rdicali.

Due atti di noti attestno che nel castello furono fatti resturi: uno nel 1484, ad opera dei maestri Petrus Firreri, Lucas Lu Blancu, Petrus Carrara e Philippus Porcellus (O.o), ingaggiati dal barone Pietro La Grua; l’altro, del 1487, ad opera del maestro Masio de ammanco, il quale si obbligva con Guglielmo Talamanca, come tutore di D. Giovanni Vincenzo La Grua, ad eseguire delle “fabbriche” per il castello.

La corte interna caatterizza lo spazio del maniero, dove è possibile scorgere, sul lato Nord, al piano terra, un portale a sesto acuto a sguarci del XIV secolo e quattro portali del XVI secolo; al piano superiore le due finestre ed il portale del salone delle feste, sormontati da stemmi raffiguranti la gru (simbolo della famiglia), rielano quale era il gusto rinascimentale dell’epoca.

Una bifora, oggi murata ci riporta a un periodo precedente.

entrando al piano terra una stanza con volte a crociera ha dentro un muro a faccia vista, che prosegue nella stanza successiva. Originariamente era un muro esterno, ma in seguito a ari rimneggiamenti diviene muro interno.

Un grande salone, nella stanza attigua, è diviso da due arcate a sesto acuto con colonna centrale, affiorate durante i lavori di restauro, erano inglobate dentro il muro. Il portale che divideva il salone è oggi addossato alla parete nord, ma originariamente si trovava parallelo all’altro della parete opposta. Tre finestre davano luce al salone; una è murata ed è isibile solo esternamente.

Nel lato est del piano terra si trova: in una stanza un lavatoio in pietra di “Billiermi”; in un’altra la cappella di palazzo, affrescata  trombe l’oeil (XVII – XIX secolo), con una statua di marmo rppresentante la Madonna di Trapani (che reca la data 1509), oggi al museo civico, attribuita a A. Mancino, scultore del XVI secolo.

All’esterno uno scalone in pietra di “Billiemi”, probabilmente opera dell’architetto Matteo Carnalivari (1449 – 1506), conduce al piano superiore.  sinistra un portale marmoroso con una scritta: “ET NOVA SINT OMNIA” (e nuove siano tutte le cose)” che è la continuazione di un’altra frase che si trova su un altro portale nel lato sud – ovest, “RECEDANT VETERA” (recedano le cose vecchie), sottolineano i lavori di rinnovmento stilistico che subì il castello alla fine del XV secolo per renderlo conosono al gusto rinascimentale.

Il salone delle feste del piano nobiliare è un classico esempio di sala quattrocentesca con soffitto ligneo cassettonato ad incastro. Un camino impreziosito con lo stemma dei La Grua ed ampie finestre con sedili adornati ai lati.

Il soffitto è ripartito in 13 riquadri da spesse travi e presenta una caratteristica peculiare, tipica di quella ascendenza culturale dei soffitti a “miquarnas” tipica del periodo arabo normanno.

Non si hanno notizie sulla sua costruzione, ma stilisticamente è databile ala prima metà del XV secolo. I soggetti principali della decorazione sono delle scritte in latno tratte dai Salmi, che decorano il soffitto nelle piccole vele centrali e laterali.

La frase aristotelica “IN MEDIO CONSISTIT VURTUS” e “ET IN EXTREMIS LABORE” sono ripetute più volte nella parte centrle del soffitto; mentre, nei pennacchi laterali, troviamo anche lo stemma dei La Grua (una gru) e dei Lanza (un leone).

Poseguendo verso il lato est, si possono ammirare vari ambienti arescati secondo un gusto ottocentesco dell’epoca, ma i saggi di restauro mostrano gli affreschi precedenti del XVII secolo.

Non è facile dare una destinazione agli ambienti, ma una certamente, caratterizzata da un portale settecentesco, ne connota la destinazione: l’alcova o stanza da letto.  La stanza antistante, con volta a botte ha un affresco raffigurante “Penelope ed Ulisse” con accanto il cane Argo. Alle pareti, sono raffigurate vedute archeologiche. Troviamo anche una stanza affrescata in pieno stile pompeiano. Dal lato oest una stanza si distingue per un soffitto con vele e pennacchi terminanti in pietr di Billemi che ci riconduce allo stile gotico.catalano tipico del XIV secolo.

Per una scaletta di accede alla torre del castello dove è possibile ammirare una bifora con lo stemma degli Abbate ed una volta a crociera con pennachi terminanti anch’essi con pietra di Billemi. Una scala, oggi non più esistente, permetteva di uscire nei merli della torre.

Guardando esternamente la tore, si può notare, nella penultima mensola verso sud, la scultura di una mano. Certamente si tratta di un simbolo di fortuna legato ad una maestranza araba (la mano di Fatima, figli di Maometto).

LAURA LANZA BARONESSA DI CARINI

La leggenda narra la morte di Donna Laura Lanza che a soli 14 anni andò sposa, per volere del padre, al barone di Carini. Ben presto, delusa dalla vita matrimoniale e dai continui abbandoni del marito impegnato nella cura della sua proprietà, la baronessa si innamora di Ludovico Vernagallo, e ne diventa l’amante. Scoperta dal marito e dal padre, Laura viene uccisa insieme a Ludovico. La stanza dell’assassinio, situata nell’ala ovest del castello, è crollata completamente e si narra che su una parete vi fosse l’impronta insanguinata della baronessa.
Adesso tutto ciò che resta della leggenda sono: il fantasma di Laura, che si dice si aggiri ancora senza pace nel castello e un enigma particolare… in una delle metope del torrione principale, proprio in direzione del luogo ove sorgeva l’ala ovest, è scolpita… una manina!!!

Fuori dalla leggenda si può affermare che Laura era una ragazza che poteva dar lustro sia ai La Grua – Talamanca che ai Vernagallo, ma i La Grua bruciano i tempi la chiedono in sposa per il figlio Vincenzo. All’età’ di quattordici anni, il 21 dicembre 1543 viene celebrato il matrimonio. Non era possibile farsi precedere dai Vernagallo, anche se era nota a tutti la grande tenerezza di Laura per Ludovico. Tuttavia il fatto, almeno in apparenza, non turbò l’amicizia fra le famiglie. Infatti, nonostante tutto, Ludovico era considerato come uno di famiglia.
A poco a poco però, gelosie e vecchi rancori emersero fra i La Grua, Lanza e Vernagallo, ed ecco le insinuazioni, le calunnie ed infine il tragico evento.
Nella realtà, esistono dei documenti dai quali risulta che il Vicerè di Sicilia, informa, all’epoca, la Corte di Spagna che Cesare Lanza, barone di Trabia e conte di Mussomeli, ha ucciso la figlia Laura e Ludovico Vernagallo. Questo documento avvalora l’atto di morte della baronessa, redatto il 4 dicembre 1563 e che si conserva nell’archivio della Chiesa Madre di Carini insieme a quello di Ludovico Vernagallo. Non esiste, invece, alcuna prova che tra Laura Lanza e Ludovico Vernagallo ci fosse qualcosa di diverso dall’amicizia. Quindi Cesare Lanza di Trabia, complice il genero, uccise per leso onore della famiglia, la figlia Laura e fece uccidere da un sicario Ludovico Vernagallo.

La leggenda racconta che fu un frate del vicino convento, infatti, ad informare il padre ed il marito della sposa, e questi, assieme, freddamente meditarono e prepararono l’assassinio.
Fu preparato l’agguato e quando l’ignobile spia si accorse che i due amanti stavano insieme, avvertì don Cesare Lanza, che corse nella stessa notte a Carini, accompagnato da una sua compagnia di cavalieri, e fatto circondare il castello, per evitare qualsiasi fuga dell’amante di sua figlia, vi irruppe all’improvviso, e sorpresili a letto, li uccise.
L’atto di morte di Laura Lanza e Lodovico Vernagallo, trascritto nei registri della chiesa Madre di Carini, reca la data del 4 dicembre 1563. Nessun funerale fu celebrato per i due amanti, e la notizia della loro morte, o per paura o per rispetto, fu tenuta segreta. La cronaca del tempo lo registrò con estrema cautela senza fare i nomi degli uccisori, scrive Luigi Maniscalco Basile, senza dire nemmeno che cosa era accaduto, mentre il Paruta riporta il fatto nel suo diario, così: “sabato a 4 dicembre. Successe il caso della signora di Carini”. Ma nonostante la riservatezza d’obbligo, la notizia si divulgò lo stesso ed il “caso” della baronessa di Carini divenne di dominio pubblico.

Il Salomone Marino, nel secolo scorso, raccolse da un esaltatore questi versi in cui si fa rivivere l’efferatezza del delitto:

“Vju viniri ‘na cavalleria
chistu è mè patri chi veni pri mia!
Signuri patri, chi vinistivu a fari?
Signura figghia, vi vegnu a ‘mmazzari.
Signuri patri, aspettatimi un pocu
Quantu mi chiamu lu me cunfissuri.
– Habi tant’anni ch’un t’ha confissatu,
ed ora vai circannu cunfissuri?
E, comu dici st’amari palori,
tira la spata e cassaci lu cori;
tira cumpagnu miu, nun la sgarràri,
l’appressu corpu chi cci hai di tirari!
Lu primu corpu la donna cadìu,
l’appressu corpu la donna muriu.”

Il viceré, appena venuto alla conoscenza dei delitti, immediatamente adottò per don Cesare Lanza ed il barone di Carini i provvedimenti previsti dalla legge; furono banditi ed i loro beni vennero sequestrati. Don Cesare Lanza ancora una volta si rivolse a re Filippo II; spiegò i motivi che lo avevano portato assieme al genero a trucidare i due amanti ed avvalendosi delle norme, in quel tempo in vigore, sulla flagranza dell’adulterio, chiese il perdono che fu accordato. Liberato da ogni molestia, don Cesare Lanza riebbe i suoi beni; ancora una volta la Giustizia non lo aveva neanche toccato e giustamente, come scrisse il Dentici, “l’aristocrazia del tempo era al di sopra delle leggi e della giustizia”. Anche il barone di Carini, marito di Laura, fu assolto con formula piena, e visse indebitato sino alla sua morte, dopo avere portato al Monte dei Pegni gli ultimi gioielli della sua famiglia.

Memoriale presentato da Cesare Lanza al Re di Spagna per discolparsi del delitto della figlia Laura

Sacra Catholica Real Maestà,

don Cesare Lanza, conte di Mussomeli, fa intendere a Vostra Maestà come essendo andato al castello di Carini a videre la baronessa di Carini, sua figlia, come era suo costume, trovò il barone di Carini, suo genero, molto alterato perchè avia trovato in mismo istante nella sua camera Ludovico Vernagallo suo innamorato con la detta baronessa, onde detto esponente mosso da iuxsto sdegno in compagnia di detto barone andorno e trovorno detti baronessa et suo amante nella ditta camera serrati insieme et cussì subito in quello stanti foro ambodoi ammazzati.

Don Cesare Lanza conte di Mussomeli

Il Giornale di Sicilia del 5/02/2010 pubblica la seguente notizia:
Omicidio baronessa di Carini: dopo 450 anni si riapre l’inchiesta

A quasi 450 anni dal misterioso delitto si riaprono le indagini sull’omicidio della Baronessa di Carini, la nobildonna Laura Lanza assassinata assieme al proprio amante, Ludovico Vernagallo, il 4 dicembre 1563.
Il sindaco di Carini (Palermo), Gaetano La Fata, ha infatti deciso, a pochi mesi dalla conclusione della sua seconda legislatura, di affidare ad un team di criminologi di fama internazionale la riapertura dell’inchiesta.
Dal 22 al 25 marzo, gli investigatori dell’Icaa (International crime analysis association) arriveranno in città per risolvere il mistero con l’ausilio di moderni strumenti d’indagine.
Il castello di Carini si trasformerà, pertanto, in un vero e proprio centro d’investigazioni e le attività effettuate dagli esperti potranno essere osservate anche dal pubblico. Saranno anche organizzati corsi e seminari sulle moderne tecniche d’indagine scientifica.
Del team investigativo farà parte anche lo psicologo e criminologo Marco Strano considerato uno dei maggiori esperti al mondo di psicologia investigativa e criminal profiling.
L’omicidio avvenne all’interno del castello che domina il paese, la dimora della baronessa. Laura Lanza, a soli 14 anni era andata in sposa, per volere del padre, al barone di Carini, Vincenzo La Grua Talamanca.
La leggenda narra che ad uccidere la baronessa e l’amante sia stato il padre della donna, Cesare Lanza, barone di Trabia e conte di Mussomeli, con il beneplacido del barone La Grua Talamanca.
Esisterebbero dei documenti nell’archivio della chiesa madre di Carini, dai quali risulta che effettivamente Cesare Lanza di Trabia avrebbe ucciso la figlia. Anche gli atti di morte della baronessa e di Ludovico Vernagallo sarebbero ancora conservati nella stessa chiesa.
A distanza di secoli, però, la vicenda non è stata mai chiarita del tutto, in particolare per quanto riguarda il ruolo nel delitto del marito tradito.

Fantasmi al castello di Mussumeli

Il Castello di Mussomeli a Carini, sembra essere lo scenario perfetto per fatti tragici e cupi. Tante sono le leggende che si raccontano.

Una leggenda narra del suicidio per amore di un soldato che si era innamorato della figlia del barone Manfredi.
Manfredi, allora, adirato per ciò che riteneva un gravissimo affronto, diede l’ordine di rinchiudere il soldato in una segreta del castello e in quella, farlo lentamente morire di fame. Il giovane soldato, per sottrarsi a quella condanna, preferì gettarsi da una torre del castello.

Un’altra leggenda narra della raccapricciante uccisione di un gruppo di nobili, che venne fatto cadere in un trabocchetto e lessati vivi con getti di olio bollente.
Nel tenebroso castello, inoltre, si rifugiò Cesare Lanza, preso dal rimorso per aver assassinato la figlia Laura, Baronessa di Carini, che egli sospettava di un comportamento dissoluto. Si racconta che il fantasma della Baronessa di Carini, ancora si aggira nel maniero, è il fantasma di una donna giovane ed elegante, dalle perfette sembianze umane, vestita di abiti cinquecenteschi. Pare si veda simulare la scena della morte e fluttuare per aria sulle vie crollate e non più esistenti del castello.

Il Castello ancora oggi occupa una posizione strategica dalla quale domina il territorio circostante e la Cappella che ospita al suo interno e’ talmente suggestiva e con le sue intense atmosfere mistiche rapisce l’anima di chiunque vi si soffermi anche se per pochissimo tempo.
La Sala detta “dei Baroni” e la “Camara di li tri Donni” sono interessantissime dal punto di vista esoterico poiché la leggenda vuole che vi siano accaduti dei fatti veramente misteriosi numerosi sono i visitatori che affermano di aver percepito strani rumori, fruscio di vesti di seta, clangore di armi e strani sospiri da far pensare di essere attorniati da strane presenze.

Il Castello di Mussomeli è stato da sempre un punto di riferimento per tutti coloro che si sono interessati ai fenomeni dell’occulto a causa dei numerosi avvenimenti tragici, basti pensare alla strana vicenda accaduta nella Stanza di li tri donni, dove sembra che tre donne, vittime di un conflitto di gelosia, vennero murate vive proprio nelle pareti della stanza in questione.

Famoso per la tragica vicenda che ha avuto come protagonista Laura Lanza, Baronessa di Carini, figlia di Cesare Lanza, che nel 1500, era l’unico proprietario del Maniero e lo abitava con la propria famiglia.
La storia tramanda che Cesare Lanza, venuto a conoscenza che la propria figlia Laura, coniugata con il Barone Carini, aveva mantenuto dei rapporti extraconiugali con un giovane cavaliere, per difendere l’onore del Casato, si recò presso il Castello di Carini, dove dimorava Laura e cogliendola sul fatto, decise di assassinare la propria figlia, strangolandola.
Avvenuto l’infame delitto, Cesare Lanza, divorato dai rimorsi, decise di rifugiarsi nel Castello di Mussomeli per espiare.
Triste destino quello che fu riservato a Donna Laura di Carini!, andata sposa a soli 14 anni, per volere del padre, al Barone Carini che, tutto preso dagli affari legati alla sua proprietà, si disinteressò bene presto della giovane moglie, lasciandola spesso sola e triste nell’antico maniero che la ospitava.
Laura aveva un amico d’infanzia, Ludovico Vernagallo, con il quale soleva passare molto del suo tempo e ben presto molti cominciarono a pensare che ne fosse divenuta l’amante…..da qui il tragico epilogo della sua vita.
Ancora oggi, sembra, che lo Spirito di questa infelice donna vaghi per il Castello di Musomelli alla ricerca del padre che l’avrebbe uccisa ingiustamente.
Alcuni testimoni affermano che la sua materializzazione è quasi perfetta, tanto che se non fosse per l’abbigliamento appartenente ad un’altra epoca, la si potrebbe confondere per una donna realmente vivente.
Laura indosserebbe degli abiti del 500, un’ampia gonna di seta, un corpetto sul quale avvolge uno scialle finemente lavorato.
Chiunque si trovi a visitare il Castello potrebbe incontrarla mentre vaga per le tre stanze più grandi del Maniero oppure mentre si reca presso la Cappella, dove si inginocchia e prega.
Il conte non pagò mai per l’orrendo delitto mentre il Barone di Carini, il 4 maggio del 1565, convola a nuove nozze con Ninfa Ruiz.
Nessuno ancora oggi riesce a spiegare il motivo di tanta crudeltà verso una donna che, anche gli storici dell’epoca, hanno sempre definito ” di fascino e di grandi virtù”!
Ludovico Vernagallo, inoltre, era da sempre amico di Laura e considerato anche dal conte Lanza come uno della famiglia!
Cosa mai avrà armato la mano del parricida rimane uno dei più grandi misteri storici che nessuno riuscirà mai a risolvere!
Visitando il Castello di Mussomeli non si può evitare di pensare alla Baronessa di Carini ed alla sua tragica ed eterna ricerca per conoscere, finalmente, dal proprio genitore il motivo di tanta crudeltà!

Esperienze personali:

Mi sono recato al castello anni fa quando ho parlato nel mio primo blog, ora andato perduto, devo dire di aver sentito una temperatura molto bassa tipica delle dimore infestate. Oltre a questo e al fatto che da ogni angolo mentre passeggi hi la sensazione di non essere da solo, ma di essere scrutato continuamente, non ho visto e sentito nulla.

Prima di scrivere questo post, giorni fa trovai la nota stampata mia battuta e la copia della guida che da il custode a carini scritta da Giuseppe randazzo di cui ho preso le note e l’introduzione descrittiva del castello, sul mio tavolo. Un fatto al quanto misterioso e adesso mentre scrivo ammetto di ave sentito delle voci, ma è tutto nella norma.

Riporterò adesso una galleria di foto scattate quel giorno.

Fu un autore inglese, in cinquant’anni di scrittura è noto per i suoi racconti del Terrore. Benson in vita si interessò ai fenomeni psichici e ai fantasmi e descrisse alcuni dei suoi strani incontri nell’oper autobiografica Final Edition (1940).

In una clda e luminosa (paradgma) lui e il vicario di Rye videro l’apparizione di un uomo in nero in fondo al suo giardino.

“Le storie di fantasmi” scrisse “sono un settore della letteratura nel quale mi sono spesso cimentato. Scegliendo bene alcuni dettgli inquietanti non è difficile provocare nel lettore uno stato di tensione che se sapientemente stimolato può spianare la strad al Terrore. Il narratore secondo me, deve riuscire prima di tutto a spaventare se stesso prim di poter riuscire a spaventare gli altri, l’uomo in nero in me non ha suscitato l minima paura. Tuttavia mi misi a lavoro e stesi la mia storia di fantasmi descrivendo come si fosse creata una atmosfera orrorifica nel mio giardino segreto: come quando presi la mia gatta Taffy, lei mi si accoccolasse dietro alle gambe mugolando; come di notte aleggiasse una debole luminescz sui muri e in tal modo, dopo la dovuta preparazione, diedi il via all’apparizione dello spettro”

Un visita agli archivi del Municipio cittadino dopo fornì a Benson una macabra spiegazione per il manifestarsi del visitatore notturno.

Benson conosceva molto bene un grande maestro di racconti di fantasmi (che io non conosco) il conterrneo Montague Rhode James. Era membro della Chitchat Society, un circolo letterario di Cambrige che aveva come obiettivo quello di promuovere la conversazione intelligente. Dei dieci soci del circolo che ascoltavano avidamente i racconti di James (L’album del caninico Alberigo e Cuori perduti) Benson fu l’unico che avrebbe seguito le sue orme.

I due scrittori furono sempre daccordo sul fatto che i fantasmi e le creature diaboliche di maggior successo della narrativa del soprannaturale dovevano essere malvagi e terrorizzanti.

Nel giugno del 1895 Benson dimostro’ di essere interessato al soprannaturale analizzando il celebre caso della “strega Clonmel” bruciata viva dai suoi concittadini mesi prima.

Una giovane donna, torturata a morte dal marito, familiari e amici per esorcizzarla con forza, Benson sostenne che l’orrendo omicidio doveva essere punito come omicidio colposo anzichè assassinio. Dopo la pubblicazione dell’articolo sulla rivista “Ninteenth Century” il pubblico ministerò ritirò l’accusa di assassinio derubricndola ad omicidio colposo. (non sono molto daccordo io…)

Benson cominciò la sua carriera di racconti sul soprannaturale per riviste come il Pall Man e l’Illustrated London News, e nei tre decenni successivi scrisse almeno due all’anno divenendo più profilico negli anni venti.

Il numero di Natale del Windsor Magazine, nel 1911, conteneva il suo racconto “Come la paura lasciò la lunga galleria”, illustrato da Fred Pegram.

I fantasmi in questa storia sono una coppia di bambini, uccisi nel Diciassettesimo Secolo, le cui anime in pena infestano una casa di campagna. Vederli significa morire, m una donna dal cuore sensibile, nonostante li ved, riesce a vincere la loro natura malefica col suo spirito compassionevole, e le due ombre non possono più fare del male. Si tratta di uno dei racconti preferiti da Benson, appare successivmente nell’antologia della Faber, My Best Story (1933).

The Room in The Tower, la prima raccolta di rcconti sovrannaturali di Benson fu pubblicata nel 1912 da Mills & Boon, che avevano una buona reputazione per la qualità delle loro pubblicazioni di Narrativa dell’Orrore, tra le quali spiccava “il fantasma dell’Opera” di Leroux, pubblicato l’anno prima.

Il racconto che da inizio alla raccolta è una fantastica storia di Vampirismo. Alcuni racconti memorabili includono Bruchi, con il suo gioco di parole sullo Zodiaco (un’arrestabile marea di enormi bruchi formicolanti con tenaglie al posto delle ventose si fnno strda nella stanza da letto di un pittore, dopodichè quasto scopra di avere il cancro), e il conducente dell’autobus un episodio che ha ispirato il classico film dell’orrore Dead of Night.

Dopo la prima guerra mondiale Benson contribuì spesso a uno dei mensili migliori degli anni Venti e dei primi anni Trenta, l’Hutchinson’s Magazine, il quale annunciò con orgoglio in copertina per oltre quindici anni, “un’altra storia di fantasmi di E.F. Benson”. In seguito i migliori racconti vennero pubblicati in tre raccolte, Visible and Invisible (1923), Spook Stories (1929) e More Spook Stories (1934).

I racconti di Benson sono estremamente diversi nel contenuto, spaziando dai Vampiri, i fantasmi omicidi e le creature mostruose, alla satira del Soprannaturale in cui il Nostro si prende gioco dei medium ciarlatani e delle false sedute spiritiche (Spinach e La seduta spiritica del signor Tilly).

Vi è un interessante filo autobiografico che percorre quasi tutti i rcconti di fantasmi. La gran parte di questi viene narrata da uno scapolo non ben identificato, nel quale si potrebbe riconoscere lo stesso Benson. Il narratore si trova spesso a trascorrere una lunga vacanza solitaria durante la quale può ultimare in pace i propri manoscritti.

La Svizzera e gli sport invernali sono trai temi preferiti. In una delle storie più orrorifiche, Il corno dell’orrore, il narratore scopre sulle Alpi una donna preistoria nuda e villosa che divora con tutta calma un camoscio ancora vivo, e viene inseguito da questa creatura sanguinaria giù per i pendii ghiacciati. L’Egitto, la riviera Italiana, il Sussex (dove viveva Rhye) e altri suoi covi preferiti di fanasmi ricorrono insistentemente in tutti i racconti.

Pirati, una delle storie migliori fantastiche è fortemente autobiografica ed estremamente sottile. L’unico supestite di cinque bambini rivisita la casa di campagna in Cornovaglia vicino Truro, nella quale è cresciuto, la compra e la restaura… poi vi muore, immaginando di essere tornato all’infanzia, circondato dai propri fratelli. Il titolo si riferisce al gioco cui soleva giocare Benson da bambino con tutta la famiglia nel giardino della casa paterna, vicino a Truro.

Benson veniva spesso chiamato a dare lettura dai propri racconti in riunioni private su invito, dei ragazzi del Wellington College, o da vecchi amici come Lord Halifax, un catalogatore di vicende di fantasmi. In Final Edition, Benson ricorda l’anziano Visconte, sul punto di diventare sordo, che si sedeva vicino a lui con la mano all’orecchio e se la storia raggiungeva il suo effetto, diventava sempre più nervoso e affascinato. “E’ troppo spaventoso” diceva “Vai avanti, vai avanti! Non lo sopporto!”.

Roald Dahl, il noto autore inglese di storie terrificanti, fu sempre un ammiratore di Benson e incluse il racconto “In Metropolitana” in una antologia da lui curata nel 1983, dove ricordava che negli anni 50 aveva avuto l’incarico di scrivere un serie di sceneggiature per l televisione col titolo “L’ora dei fantasmi” e aveva scelto il controverso racconto di Benson “L’impiccaggione di Alfred Wadham per aprire la serie.

La storia tocca un delicato aspetto delle norme dettate dal diritto canonico al cattolicesimo romano, che fanno divieto al sacerdote di violare il segreto del confessionle, il prete del racconto si trova così impossibilitato a salvare l’uomo erroneamente condannato alla forca per omicidio, e il fantasma dell’uomo torna a esigere vendetta sul malcapitato sacerdote. Ma la trama era troppo forte per il pubblico degli anni 50, sicchè l’inter serie venne cancellata (-.-‘)

I fantasmi di Benson rappresentano la stessa minacci che troviamo nei racconti di M. R. James, quello che ci perseguita più di qualsiasi altra cosa è la parte di noi stessi, ossia il nostro doppio.

Diceva Benson:

Questi racconti sono stati scritti con la speranza di far provare qualche piacevole brivido al lettore, cosicchè chi avesse deciso di passare una mezz’ora leggendo prima di andare a letto, nella quiete della notte e della propria casa, si preoccupi di dare ogni tanto un’occhiata agli angoli e a tutti i punti bui della stanza in cui è seduto per accertarsi che nulla di strano si nasconda nell’ombra. Perchè questo è il dichiarato obiettivo dei racconti di fantasmi, e di tutte quelle storie che narrano come le forze invisibili tornino ogni tanto a manifestarsi in modo sconvolgente. L’autore, perci augura di cuore ai propri lettori qualche attimo di paura.

Rieccomi, pensavo di creare una sezione che parla degli scrittori e dei loro racconti che trattano di fantasmi, per raccoglierli, parlarne e per fare delle riflessioni. Inizierò con Edward Frederick Benson riallacciandomi alla riflessione che ho fatto dicendo che la paura blocca la conoscenza, ma non è così per tutti, l’uomo è un essere che si spinge sempre oltre e il suo carburante è il terrore stesso.

La sensazione di adrenalina che sale quando si ha paura di qualcosa e innesca meccanismi di fuga, è rivale e amica dell’uomo stesso.

In quello che dicevo prima la paura parlando dei soggetti apatici del 2011 (compreso me) è mascherata e non si utilizza in un modo produttivo ma sfocia nel disinteresse e nel giudizio sbagliato, perchè nella nostra società diversa dai salotti barocchi ci sono in campo altri interessi, come il digitale, il virtuale, il sesso, il divertimento ecc.

Molti di questi sono anche presenti in molti libri contemporanei perchè la letteratura come tutti sappiamo è lo specchio dell’umanità del proprio tempo. Nel mio caso non è così, io adoro le storie così come le raccontavano in passato, amo i racconti storici e le atmosfere in bianco e nero.

Tornando a Benson e alla sua concezione di paura, lui è il miglior esempio della paura produttiva.

Leggendo una raccolta di tutti i suoi racconti, si dice nell’introduzione che in antichità gli spettri non facevano paura all’uomo, anzi si pensava a un normale ritorno del defunto, in molte culture come per esempio quella egizia e si festeggiavano molte ricorrenze a riguardo. Ciò che temevano gli uomini dell’antichità erano gli Dei, la loro ira e la loro forza.

Adesso invece si bestemmia il proprio credo o quello degli altri, ma se riflettiamo gli Dei, sono lo specchio del nostro mondo o essere e quindi gli uomini che compiono queste azioni si prendono beffe di loro stessi.

Io da ex ateo prima accettavo i pensiesi delle altre persone e studiavo le loro religioni e le loro persone, non mi abbassavo a tanto.

L’indifferenza è per me il trono del giusto in questi casi, perchè se ci abbassiamo nel giudicare o bestemmiare facciamo l’operato di chi ci strumentalizza, del nostro amico più caro e presente in questo mondo, quindi se siamo uomini agiamo con la nostra testa.

Tornando alla paura c’è un altro modo sbagliato di intenderla quello dell’incoscienza, nei miei 16 anni ci sono finito aimè anch’io ma quando si sbaglia si pagano le conseguenze e se si è ancora vivi si impara.

Il volere sapere a tutti i costi, il ricercare la paura e il misterioso con forza e prepotenza, questo mi ha portato ad anni di sofferenza e di chiamiamola sfiga.

Quindi se ricerchiamo la paura dobbiamo leggere e sfidare gli scrittori, i più bravi saranno quelli che ci avranno trasmesso grandi sensazioni di ogni genere, in questo caso ne guadagnerà la nostra cultura.

Benson era uno di quelli che si spaventava per raccontare quindi utilizzava un metodo quasi scientifico. Parlerò di lui adesso e copierò i titoli racconti che mi sono piaciuti di più per farveli leggere.

La villa fu costruita negli anni ’40 e poi definitivamente abbandonata intorno agli anni ’80
Le storie su questa splendida villa stile liberty sono le più disparate; principalmente sono quattro le storie che “giustificano” perché la casa è infestata:

  1. Nel ’43, la villa era una casa di piaceri, dove i tedeschi, ancora in Sicilia, si svagavano. Una notte, mentre tutti i militari erano distratti, gli Americani fecero irruzione e sterminarono tutti, comprese le prostitute; le loro anime da allora vagano facendo chiasso e rumore all’interno della villa.
  2. I tedeschi ubriachi, iniziarono a litigare tra loro e scoppiò una rissa che finì in uno sterminio.
  3. La casa era un quartier generale dove si tenevano i prigionieri più importanti che venivano torturati e poi uccisi.
  4. Prima, nella villa, c’era un capanno per contadini; la figlia di uno di loro era promessa ad un ricco signore di Palermo, ma lei amava un soldato americano, il padre scoprì che s’incontravano di nascosto e così decise di farla finita; pensando che gli amanti fossero dentro la struttura, lui sbarrò la porta e diede fuoco. Dentro c’era solo la ragazza che da allora aspetta il suo amato, che non l’aveva mai raggiunta.

Si raccontano molte storie che riguardano chi si è imbattuto in questa casa.

Si dice che i componenti dell’ultima famiglia che vi ha vissuto siano morti tutti in modo violento e orribile.
Chi ha passeggiato durante la notte nelle vicinanze ha udito dei rumori inspiegabili provenire dall’interno: rubinetti che si aprono da soli, passi, mormorii e singhiozzi.
Un ragazzo ha detto di aver visto una luce provenire da una delle finestre, questo misterioso lume si accendeva e spegneva in continuazione.
Una giovane, capitata davanti all’ingresso della Villa, è finita misteriosamente in trance, i suoi amici non sapendo che fare hanno dovuto trascinarla via; in seguito, dopo essersi ripresa, la ragazza ha riferito di aver visto una vecchia che rideva davanti alla porta della casa, tutto questo mentre la invitava ad entrare.
Inoltre, chi entra nella Villa viene picchiato selvaggiamente da forze misteriose, e la cognizione del tempo di chi si trova all’interno si modifica.
Questi sono alcuni dei racconti che hanno oscurato la fama , nessuno, in questi anni, si è mai fatto avanti per comprarla o ristrutturla.
In ultimo si dice che la casa si muove e che sono i fantasmi a farla cambiare.

Realtà o leggenda, non si sa. Quel che è vero è che ogni volta che è stata affittata, è stata poi prontamente abbandonata nel giro di poche settimane perché i vari inquilini hanno raccontato di aver vissuto o sentito lì dentro cose inquietanti. Infatti, è da anni che l’edificio è in affitto e in vendita, ma nessuno si sogna di comprarlo o di andarci ad abitare… a dispetto del prezzo vantaggioso.

PS: Ho cercato fonti via web e ho costatato che esiste confusione a riguardo, soprattutto sorge il problema su quale sia con precisione la villa e magari non nego che la gente ci abbia “forse” anche un pò fantasticato, per correttezza rettifico. Grazie per avermi informato.

“La grande piazza in mezzo a cui sorge il superbo monumento, fin dall’imbrunire cominciava a popolarsi; si può dire che tutta la cittadinanza vi passava e si soffermava un poco per ammirare il teatro che già illuminavasi delle centinaia di lampade elettriche spargenti la loro luce nei grandi vani dell’edificio. Verso le 21, quando si avvicinava l’ora della rappresentazione, la piazza e le vie adiacenti al teatro erano interamente gremite, da impedire qualsiasi circolazione. La magnifica ed artistica mole illuminata offre da fuori uno spettacolo bellissimo, quasi diremo fantastica”.

E’ la sera dell’11 maggio 1897 e il cronista del Giornale di Sicilia descrive così l’inaugurazione del Teatro Massimo. La sala è gremita dalla migliore società cittadina, i cento palchi risplendono ornati dall’eleganza delle signore. Sta per andare in scena il “Falstaff”, capolavoro di Giuseppe Verdi. Ecco entra l’orchestra. Sale sul podio il grande Leopoldo Mugnone. Risuonano le note dell’inno nazionale. Il pubblico si alza, applaude, grida: “Fuori Basile, evviva Basile”. E finalmente lui, il commendator Ernesto Basile, compare ritroso da un palco di proscenio. In tutte le cronache del tempo l’apertura del teatro è descritta come una serata indimenticabile. Eppure la strada per arrivare a quel giorno fu lunga e cosparsa di spine per il progettista Giovan Battista Filippo Basile, che morì senza vedere finita l’opera che lo doveva consacrare alla fama, e per il figlio Ernesto che portò a termine il lavoro del padre. Erano trascorsi, infatti, oltre trent’anni dalla scelta di costruire a Palermo un grande teatro d’opera, tempio della cultura laica e sede lussuosa dello spettacolo di massa, prima del cinema e degli stadi. Il bando di concorso era stato vinto dal Basile. La sua proposta era piaciuta per la monumentalità e per il disegno che faceva di una parte della città. Cancellando gli assi viari ortogonali tardo-rinascimentali e abbattendo conventi e chiese barocche creava una nuova piazza, destinata a far da cerniera fra la vecchia e la nuova città. Alla realizzazione dell’apparato decorativo del teatro parteciparono i più famosi artisti e i migliori artigiani cittadini. A guardia dell’imponente scalinata i due leoni cavalcati dalle allegorie della “Tragedia” di Benedetto Civiletti e della “Lirica” di Mario Rutelli.
Il ciclo iconografico della sala fu ideato da Rocco Lentini con la collaborazione di Ettore De Maria Bergler, Michele Cortegiani e Luigi Di Giovanni. Il grande soffitto, riccamente dipinto con motivi d’ispirazione musicale, è caratterizzato dal sorprendente meccanismo a petali che consente un’areazione naturale della sala. Vera e propria cattedrale laica, tempio della trionfante borghesia post-risorgimentale, il Massimo ha il suo cuore nel palco reale decorato da De Maria-Bergler e segnato da un cubo virtuale, definito da quattro colonne lignee che ne articolano lo spazio. Forme e proporzioni suggeriscono l’idea di una forte valenza simbolica dell’edificio, d’ispirazione chiaramente massonica. Si pensi alla circolare sala pompeiana dalla sorprendente acustica tutta convogliata verso il suo centro. Provi, infatti, il visitatore a emettere un suono o a battere le mani al centro della sala. Il sorprendente riverbero glielo restituirà decuplicato. In tempi recenti si è addirittura tentata qualche lettura numerologica delle proporzioni del teatro, in analogia con quelle fatte per le piramidi o le grandi cattedrali gotiche. Come ogni edificio denso di significati misteriosi, anche il Massimo ha le sue leggende. E’ un luogo di passi perduti, sorto sulle macerie di costruzioni sacre. Strani venti attraversano stanze senza finestre e sorprendono chi le attraversa solitario. Molte persone, maestranze e artisti, giurano di avere incontrato il fantasma del teatro, una piccola suora la cui tomba è stata violata durante i lavori di costruzione e che si aggira sperduta per le grandi sale. Sarà per queste leggende, o per la maledizione della suora, ma la vita del monumento non è mai stata facile. A pochi anni dall’inaugurazione chiuse per un lungo periodo, la famiglia Florio che ne tentò il rilancio fallì miseramente. Nel 1974 il Massimo chiuse di nuovo per quelle che dovevano essere poche opere di restauro e di adeguamento. Fu invece una lunghissimo periodo di oblio, che lo negò per 24 anni alla città. Misteriosa e celibe presenza svuotata dei suoni e delle luci con i quali era nato. Il 29 maggio 1997, grazie all’impegno dell’allora sindaco Leoluca Orlando e a uno sforzo che ha coinvolto la parte migliore di Palermo, il Massimo ha riaperto con un programma che ha visto impegnati nella prima parte i complessi artistici del teatro diretti da Franco Mannino e, nella seconda parte, la Berliner Philharmonisches Orchester, diretta da Claudio Abbado. Una serata memorabile per chi ha avuto, come chi scrive, la fortuna di esserci.

La scalinata imponente da accesso al teatro, ai lati le due statue di leoni: uno rappresenta la tragedia, l’altro la lirica. Entrando c’è una sala molto grande. Nella sala degli stemmi c’è un piccolo palco dove i musicisti si riuniscono per provare le opere. Sul soffitto sono dipinti degli animali: un elefante che rappresenta Catania, due torri che rappresentano Agrigento ed un’aquila che rappresenta Palermo.
La sala degli specchi possiede otto specchi. Qui la suora apparve per la prima volta a una cantante che possedeva poteri di una medium, questa avertì la presenza della suora burlona, cerco’ di opporsi alla vecchia ma perse la voce. Le fu quasi impossibile cantare quella sera, sentiva le corde vocali serrate. Confessò che riuscì a liberarsi dopo un pò pregando.

Si dice anche che chi non creda alla leggenda inciampi in un particolare gradino entrando a teatro, gradino detto appunto “gradino della suora“.

Savoia racconta:
“Durante le operazioni di apertura nel 1997 agli addetti ai lavori apparve una macchia di luce in fondo a un salone buio dove non c’erano assolutamente fonti di luce e nemmeno finestre.”
“Hanno pure scattato una foto di quella strana figura luminosa – dice – e io stesso devo averla da qualche parte”. Si trattava, in parole povere, dell’anima di una suora.

Incontrai Lisa un giorno di pioggia, la delusione mia più grande fu quando la vidi morire in sogno.

Morì in un turbolento giorno di pioggia, investita da un camion, aspettò per ore i soccorsi sotto il mezzo, l’ultima goccia che cadde chiuse i suoi occhi per sempre, non poté vedere l’arcobaleno che apparve poco dopo.

Io lo vidi.

Le apparizioni a volte succedono perché tu vai contro quella linea chiamata destino, si io per seguire una donna decisi di cambiare, ma qualcuno mi riportò qui, a scrivere anche oggi che dovevo uscire perché forse è importante che continui a torturare voi lettori con le mie cazzate.

Un giorno forse sapremo che le cazzate sono altre.

Avevo bisogno di una sagoma che mi indirizzasse verso la vita, una vita da vedente.

Durante il mio viaggio in Sardegna su di un pozzo vidi una bambina seduta, la osservai mentre correvo, erano le sei di mattina, non la dimenticai perché somigliava tantissimo a Sarah Scazzi la ragazzina uccisa dai suoi parenti poco tempo fa.

Però sembrava molto più piccola.

Marco il mio amico, istruttore di Kendo e di arti marziali, finito l’allenamento mi domandò cosa volessi mangiare quel giorno, io non avevo idea, ma come spesso faccio, gli consigliai di andare al supermercato e decidere una volta li.

Tempo prima scrivevo con un’amica in chat di quello che la vita ci dice di fare, dei segni che spesso da e del destino su cosa e come dobbiamo diventare e a cosa serviamo noi al mondo. Mi interrogavo spesso e continuo ancora.

Pare che io debba scrivere di noi spiriti, corporali e non, pare che io debba parlare di loro. Lo capì e continuo a percepire dei segnali che mi fanno credere di volere che io ne parli.

Pensare che pensai di diventare un padre a tutti gli effetti, e di dedicarmi soltanto agli studi medici che sto in intraprendendo, no, il mio destino è questo.

La fortuna della mia ex non ero io come non era lei per me. Questo lo capì dopo quel giorno e adesso.

Barbara la “vecchia” una donna, la strega di Cagliari, maltrattata ed esiliata dagli abitanti e coccolata dai turisti. La incontrammo in quel supermercato.

Mi cadde sotto i piedi mentre sceglievamo le salse per l’insalata, tra lo sghignazzare della gente che invece di preoccuparsi e chiederle se stesse bene ridevano e scuotevano la testa.

Io mi avvicinai a lei l’aiutai ad alzarsi e mi disse: “Vincent io stanotte mi farò sentire.”

E così Lisa fece.

Sognai il suo incidente e la vidi correre tra i campi, mi disse che dovevo raccontare a tutti di lei perché sognava un giorno di diventare una scrittrice famosa, come Sarah Scazzi.

Anche la sua vita era stata portata via.

Se io sento è perché il mio dovere verso loro è questo. Mi disse:”Vai nel pozzo e butta dei fiori!”

Ero convinto che la ragazza vedendo il suo incidente non morì nel pozzo ma quando l’indomani mattina ci andai incontrai un contadino che mi raccontò di lei la ragazzina che portava i fiori il cane morto una volta caduto dentro il pozzo.

Non dimenticherò mai una volta messi i fiori l’arcobaleno che divenne visibile sopra la mia testa.

Così adesso riprendo coraggio e scrivo di lei.